Mai ScrittoFase 1
Tramontana

V

Ascolta il capitolo0:00 / 10:30

Giulia non aveva dormito.

Aveva provato, stesa sul letto della madre con gli occhi aperti verso il soffitto che lei ricordava diverso, più basso, e invece era lo stesso. La casa aveva ripreso il suo respiro lento, il radiatore che cigolava, il vento che entrava sotto la porta della cucina con un sibilo preciso, sempre alla stessa altezza. Aveva tenuto la chiave di ferro in mano per un pezzo, girandola tra le dita finché il metallo non si era scaldato. Poi l'aveva appoggiata sul comodino, poi l'aveva rimessa in tasca.

Alle sei era già in piedi.

Aveva preparato il caffè con la moka della madre, quella vecchia con il manico storto che perdeva un filo di vapore dal bordo. Aveva aspettato il gorgoglio. Aveva bevuto in piedi, appoggiata al lavandino, guardando fuori dalla finestra il cielo che non si decideva a schiarire del tutto: una striscia grigia sopra i tetti, come uno spigolo.

Non sapeva cosa fare con quello che aveva trovato stanotte.

Elio le aveva chiesto di tacere, e lei aveva annuito — ma un annuito fatto nel mezzo della notte, con un uomo a terra e una sacca di vestiti senza nome, non era una promessa. Era solo il modo in cui il corpo risponde quando non ha ancora deciso.

La chiave pesava in tasca. Non era pesante davvero, era piccola, ma Giulia la sentiva come se avesse un peso specifico diverso dalle altre cose.

Uscì.

Il paese era quasi vuoto. Quasi, perché mentre scendeva verso la piazzetta davanti alla chiesa parrocchiale, vide una luce accesa dall'altra parte del vicolo — la reception dell'albergo, quella lampada con il paralume che si vedeva da fuori attraverso il vetro opaco. Giulia aveva dormito in quell'albergo le prime due estati che era tornata sull'isola dopo il liceo, prima di smettere di tornare del tutto. Ricordava il proprietario, Tore, un uomo grosso che sorrideva sempre prima di rispondere, come se stesse comprando tempo.

Continuò a scendere.

Voleva tornare a Sant'Agata.

Non per un motivo preciso. Per vedere se la sacca era ancora lì, se il portone era ancora aperto, se alla luce del giorno quelle cose avevano un aspetto diverso. Di notte tutto sembrava più grande di quello che era: l'uomo a terra, la sagrestia buia, la chiave asciutta sul pavimento bagnato. Alla mattina, con il vento che spingeva e il cielo che faceva luce, forse era solo una serie di cose strane che aveva una spiegazione.

Forse.

La salita verso Sant'Agata cominciava dopo la curva del vicolo dei Pini — così si chiamava, anche se i pini erano stati tagliati anni prima e adesso c'era solo un muro spellato. Giulia imboccò la scalinata. Ogni gradino era segnato dall'acqua, bordi sbiaditi, l'erba che spuntava dai giunti. Li conosceva questi gradini. Da bambina li aveva contati, quarantadue, e si era arrabbiata quando aveva perso il conto.

A metà salita si fermò.

C'era qualcuno davanti a lei.

Un uomo grosso, con il giaccone blu e un berretto di lana calato fino alle orecchie. Stava fermo sul pianerottolo di pietra che divideva la scalinata in due tratti, con la schiena appoggiata al muro e una mano in tasca. L'altra teneva un telefono che guardava senza toccarlo.

Tore.

Giulia si fermò a tre gradini di distanza. Lui non si voltò subito. Poi sentì i passi e alzò la testa.

Il sorriso arrivò prima delle parole, come sempre.

«Giulia Serra,» disse. La voce era piatta, non sorpresa. Come se avesse già deciso di comportarsi come se non lo fosse.

«Tore.» Giulia salì gli ultimi gradini e si fermò di fianco a lui sul pianerottolo. Dal bordo si vedeva uno squarcio di mare, grigio piatto. «Cosa ci fai qui?»

«Prendevo aria.»

«Con questo vento.»

«Mi piace il vento.»

Giulia non disse niente. Guardò la scalinata che continuava verso l'alto, verso il profilo della chiesa che si vedeva appena dietro i tetti. Il portone di Sant'Agata non si vedeva da lì.

Tore rimise il telefono in tasca. «E tu?»

«Non riuscivo a dormire.»

«Già. Nessuno dorme, con la tramontana.» Fece una pausa. «La casa di tua madre com'è?»

«Fredda.»

«Devi lasciare il riscaldamento acceso di notte, non solo di giorno. Il muro ci mette ore a scaldarsi.»

«Lo so.»

Lui annuì, come se avesse confermato qualcosa. Poi guardò in su, verso la chiesa, e Giulia seguì il suo sguardo senza volere.

«Sei già salita stamattina?» chiese lui.

La domanda era buttata lì, tono di conversazione. Ma Giulia sentì qualcosa irrigidirsi sotto le parole, come una pietra sotto l'intonaco.

«No,» disse. «Stavo andando a fare un giro.»

«Da sola, di mattina, con questo vento.»

«Come te.»

Tore sorrise di nuovo. Un sorriso diverso dal primo, più stretto. «Vero.»

Stettero fermi un momento. Il vento passava sopra di loro senza fermarsi. Giulia sentiva il freddo nella nuca, sotto i capelli mal raccolti, e si tirò su il bavero della giacca.

«Com'è l'albergo?» chiese. Non le importava dell'albergo. Voleva sentire come rispondeva.

«Uguale. Due stanze occupate.» Pausa. «Una meno di ieri.»

Giulia lo guardò. Lui stava guardando il mare.

«Qualcuno se n'è andato?»

«Pare.»

«Con la tramontana non partono i traghetti.»

«Lo so.» Tore si staccò dal muro. «Eppure.»

Si voltò verso di lei e Giulia vide che aveva gli occhi stanchi, non di sonno, di quella stanchezza che viene quando si è stati a pensare troppo a lungo a qualcosa di scomodo. Conosceva quell'espressione. L'aveva vista su sua madre ogni volta che qualcosa non tornava e non se ne poteva parlare.

«Hai visto qualcosa, stamattina?» chiese lui.

La domanda era diretta, stavolta. Nessun sorriso davanti.

Giulia pensò alla sacca nella sagrestia. Pensò a Elio che le chiedeva di tacere. Pensò alla chiave in tasca.

«No,» disse. «Perché?»

Tore la guardò per un secondo troppo lungo.

«Per niente,» disse. «Curiosità.»

Non era curiosità. Giulia lo sapeva e lui sapeva che lei lo sapeva, e tutti e due sapevano che nessuno dei due avrebbe detto altro in quel momento.

Tore si avviò verso il basso. Si fermò sul primo gradino e si voltò, come per aggiungere qualcosa di ordinario.

«Se hai bisogno di qualcosa per la casa, vieni in albergo. Ho delle cose di tua madre che le avevo tenuto io.»

Giulia lo guardò. «Cosa?»

«Alcune cose che mi aveva lasciato in deposito l'anno scorso. Diceva che non c'era posto in casa. Una borsa, mi sembra. E qualcos'altro.» Alzò le spalle. «Vieni quando vuoi.»

Scese i gradini senza aspettare risposta. Giulia lo guardò andare, la schiena larga, il passo lento ma sicuro. Non aveva fretta, eppure se ne andava.

Rimase ferma sul pianerottolo finché non lo perse di vista.

Poi salì.

Il portone di Sant'Agata era chiuso.

Giulia si fermò davanti. La pietra sopra l'arco, il 1712 inciso sbiadito. I tre cardini di ferro. Spinse. Non cedette. Provò di nuovo, con entrambe le mani, spingendo verso l'alto come si fa con le porte vecchie che si gonfiano con l'umidità. Niente.

Qualcuno l'aveva chiuso dopo di lei.

O Elio, uscendo, aveva tirato il portone. O qualcun altro era passato di lì.

Giulia rimase con le mani sul legno. Sentiva il freddo attraverso i guanti. Guardò le pietre intorno all'ingresso, cercando qualcosa senza sapere bene cosa. Niente di evidente. Il sagrato era pulito, solo qualche foglia secca portata dal vento.

Si ricordò della chiave.

La tirò fuori dalla tasca. La guardò alla luce del mattino: ferro scuro, il manico lavorato in una forma che sembrava un animale o un ramo intrecciato, non si capiva bene. La lama era lunga, piatta, con due denti asimmetrici.

Guardò la serratura del portone. Era una serratura moderna, un cilindro di ottone incastrato nel legno antico. La chiave di ferro era più vecchia della serratura di almeno un secolo. Non ci entrava.

Però c'era una porta laterale.

Giulia non l'aveva notata stanotte, nell'oscurità e con Elio a terra. Adesso, girando lungo il fianco della chiesa, la trovò: una porta bassa, nel muro laterale, quasi nascosta da un rampicante secco. Aveva una serratura diversa, più vecchia. Un foro stretto, bordi consumati.

Infilò la chiave.

Entrò.

Non perfettamente, non senza resistenza — dovette girarla due volte e spingere il polso, e sentì qualcosa scattare — ma la porta cedette.

Si aprì su un corridoio stretto, buio, che odorasse di pietra e di qualcosa di ferroso. Non la sagrestia. Un passaggio laterale che non aveva usato stanotte. Giulia aspettò un secondo prima di entrare, lasciando che gli occhi si abituassero.

Poi sentì un rumore.

Veniva dall'interno. Non un rumore forte: un movimento, qualcosa che strisciava su una superficie di pietra. Come un piede che cambia posizione.

Giulia non entrò.

Rimase sulla soglia con la chiave ancora in mano e il cuore che si era messo a battere in modo diverso, più alto, più vicino alla gola. Aspettò.

Il rumore si ripeté. Poi silenzio.

Poi una voce, bassa, in direzione della navata.

«C'è qualcuno?»

Era una voce di uomo. Non Elio, troppo giovane, troppo rauca. Qualcuno che aveva dormito male o non aveva dormito.

Giulia non rispose.

Aspettò ancora, con la mano sul bordo della porta. Se si muoveva, lui avrebbe sentito i suoi passi. Se restava ferma, forse avrebbe creduto di essersi sbagliato.

Ma lei sapeva già che non se ne sarebbe andata.

Non adesso, con la chiave che aveva aperto quella porta, con la sacca di vestiti che forse era ancora nella sagrestia, con Elio che le aveva chiesto di tacere su qualcosa che evidentemente non era finito.

Rimase sulla soglia e aspettò che l'uomo dentro decidesse cosa fare.

Capitolo scritto da

Claude Sonnet 4.6

anthropic/claude-sonnet-4.6

Lente

intimità