VI
La porta del presidio medico si era chiusa alle sue spalle con un clic secco. Elio non si era voltato. Aveva camminato senza guardare dove metteva i piedi, la mano sinistra fasciata, un peso estraneo e pulsante attaccato al braccio. La stecca di Nadia era rigida, stretta quasi a fargli male, e lui era grato per quel dolore. Era un dolore pulito, fisico. Distoglieva l'attenzione dall'altro, quello che gli serrava lo stomaco.
*Terra di un luogo chiuso da tempo.*
Era arrivato a casa senza ricordare la strada fatta. Aveva girato la chiave nella toppa, un movimento goffo, fatto con la mano destra che non era la sua mano abituata. Dentro, l'odore di libri e polvere era lo stesso di sempre. Il suo mondo. Ordinato, prevedibile. Un guscio. Aveva chiuso la porta e si era appoggiato al legno freddo, gli occhi chiusi. Le parole di Nadia erano ancora lì, sospese nell'aria della sua cucina. Non un'accusa. Peggio. Un fatto osservato. La terra sui suoi pantaloni.
Aveva passato la vita a osservare i dettagli negli altri. I suoi studenti, soprattutto. Un'unghia mangiata prima di un'interrogazione, lo sguardo che fuggiva di lato dopo una bugia, la grafia che si faceva più piccola verso la fine del tema, quando la sicurezza svaniva. Era il suo mestiere. E adesso Nadia l'aveva rivoltato contro di lui. Aveva letto la terra sulle sue ginocchia come lui leggeva un congiuntivo sbagliato. Un errore che rivelava tutto.
Si tolse gli occhiali. Li appoggiò sul tavolo della cucina. Il mondo divenne una macchia indistinta di forme e colori. Prese un panno morbido dalla credenza e cominciò a pulire le lenti, un movimento lento, circolare, che faceva dieci, venti volte al giorno. Non perché fossero sporche. Perché era un modo di fermare il tempo per un istante. Un modo per pensare.
Dieci anni.
Non ci pensava quasi più. O meglio, ci aveva pensato così tanto, l'aveva rigirato da così tante angolazioni, che il ricordo aveva perso i contorni. Era diventato una storia che si raccontava. Una scelta giusta, difficile, fatta per proteggere. Per non distruggere.
Era una sera di giugno, quasi notte. Stava tornando a casa tardi, dalla riunione per gli esami di terza media. Era passato dal molo basso, quello che usavano i pescatori per le barche piccole. Aveva sentito delle voci, prima. Voci giovani, concitate. Poi un tonfo sordo, un colpo su uno scafo di legno. E lo schizzo dell'acqua.
Si era fermato nell'ombra del magazzino delle reti. Aveva visto la sagoma di un ragazzo che si allontanava di corsa, su per il vicolo, senza voltarsi. Sulla barca, un'altra figura si era sporta, aveva guardato l'acqua scura. Per un tempo che a Elio era parso infinito. Poi si era ritirata. Il silenzio che era seguito pesava più delle voci.
Elio era rimasto immobile. Avrebbe dovuto gridare, correre, chiedere cosa fosse successo. Non l'aveva fatto. Era rimasto nell'ombra, il cuore che batteva contro le costole. Aveva aspettato che anche la seconda figura se ne andasse. Poi si era voltato e aveva rifatto la strada, passando dalla via alta, quella che faceva sempre.
Il giorno dopo, nessuno aveva detto niente. Nessuno mancava all'appello. E lui aveva deciso che quello che aveva visto, o creduto di vedere, era un segreto che poteva morire con lui. Un segreto che proteggeva un ragazzo da una stupida lite finita male. Si era detto che il silenzio era una forma di carità.
Per dieci anni se l'era ripetuto. E per dieci anni, a volte, di notte, si svegliava con la sensazione di aver ingoiato acqua salata.
Adesso era diverso. Stanotte, nella chiesa, aveva fatto la stessa scelta. Vedere, e tacere. Proteggere. Ma non era più un ragazzo spaventato. Era un uomo, con una sacca piena di vestiti e una paura negli occhi che Elio non aveva mai visto in nessuno. E non era una lite. Era qualcosa di più grosso, di più antico. Lo sentiva.
Doveva parlare con Giulia. Subito.
Nadia era un problema, ma Giulia era il rischio immediato. La conosceva. L'aveva avuta in classe per tre anni. Giulia Serra non era una che taceva per quieto vivere. Faceva domande. Se qualcosa non le tornava, smontava il meccanismo per vedere come funzionava, anche a costo di romperlo. Elio le aveva chiesto tre giorni. Era stato come chiedere a una piena di aspettare.
Si rimise gli occhiali. Il mondo tornò a fuoco. La sua cucina, le pile di libri sul tavolo, la tazza sporca di caffè nel lavandino. Prese il giaccone dall'attaccapanni. Si infilò un paio di guanti di lana, facendo fatica a far passare quello sinistro sopra la fasciatura. Il dolore gli diede una scossa al braccio. Bene. Lo teneva sveglio.
Uscì. Il vento lo investì, più forte di prima. Lo costrinse a chinare la testa. Le strade erano deserte. Il paese sembrava disabitato, le finestre chiuse come palpebre serrate contro la tramontana. Ogni tanto una persiana sbatteva, un colpo secco che rimbombava nei vicoli.
Camminò a passo svelto verso la casa della madre di Giulia. Era dall'altra parte del paese, vicino al vecchio forno. Una di quelle case con la scala esterna. La porta era chiusa. Bussò. Una, due, tre volte. Aspettò. Il vento gli fischiava nelle orecchie. Nessuna risposta.
Guardò la finestra del primo piano. Accostata, ma spenta. Forse era uscita. Certo che era uscita. Dove poteva essere andata?
Un'idea, fredda e precisa, gli si fece strada nella mente.
Sant'Agata.
Stava tornando lì. Per la stessa ragione per cui un investigatore torna sulla scena del crimine. Per vedere le cose alla luce del giorno. Per capire.
Elio imprecò a mezza voce. Si girò e prese la via che saliva, la stessa che aveva fatto Giulia poche ore prima. Il vicolo dei Pini, la scalinata. Ogni gradino era uno sforzo, non per la fatica, ma per la sensazione di essere esposto. Lui, Elio Contini, il professore, che andava verso la chiesa abbandonata alle nove di un mercoledì mattina, con il traghetto fermo e l'isola che sembrava la fine del mondo. Se qualcuno l'avesse visto, avrebbe fatto domande. E lui non aveva risposte. Non ne aveva di buone, almeno.
Arrivò in cima alla scalinata, ansimando un po'. Il sagrato era spazzato dal vento. Guardò il portone. Chiuso. Tirato, probabilmente. Da chi? Da lui, uscendo stanotte? Non ricordava. O da qualcun altro.
Mentre stava lì, incerto sul da farsi, vide un movimento con la coda dell'occhio. Dalla parte del fianco della chiesa, dove il muro faceva angolo e si perdeva dietro il piccolo cimitero abbandonato.
Si ritrasse d'istinto, appiattendosi contro il muro di una casa di fronte al sagrato, in un punto dove l'ombra era più scura. Sporse appena la testa.
Era Nadia.
L'infermiera. Aveva il suo giaccone a vento blu, il cappuccio tirato su. Stava ferma, di schiena, e guardava qualcosa sul muro della chiesa. Elio non riusciva a vedere cosa. Era troppo lontano. La vide fare un passo avanti, chinarsi. Toccava la parete, poi si guardava le dita.
Il cuore di Elio accelerò.
Cosa ci faceva lì? L'aveva seguito? No, impossibile. Era venuta per conto suo. La terra. La sua stupida, maledetta bugia sulla caduta in casa le aveva indicato la strada. Sant'Agata. Il luogo chiuso da tempo.
Nadia si rialzò. Fece il giro dell'angolo, scomparendo dalla sua vista. Si stava dirigendo verso il retro. Verso la porta laterale.
Elio sentì una goccia di sudore freddo scendergli lungo la schiena, nonostante il gelo. Se Nadia trovava quella porta... se la trovava aperta...
Doveva fermarla. Avvicinarsi, inventare una scusa, dirle che era tornato per cercare gli occhiali che pensava di aver perso. Una bugia debole, patetica, ma meglio di niente.
Fece per muoversi, per uscire dall'ombra. Ma si bloccò.
Nadia era ricomparsa. Stava tornando indietro, camminando lentamente lungo il fianco della chiesa. Si fermò di nuovo, nello stesso punto di prima. Elio aguzzò la vista. Guardava in basso, verso il terreno. Si chinò, raccolse qualcosa. Qualcosa di piccolo. Lo rigirò tra le dita.
Da quella distanza, Elio non poteva dire cosa fosse. Ma vide il gesto di Nadia che se lo metteva in tasca. Un gesto definitivo. Poi lei si guardò intorno, uno sguardo circolare, attento, che passò a un metro dal punto in cui lui era nascosto. Elio trattenne il respiro. Per un secondo, i loro occhi avrebbero potuto incrociarsi. Ma lo sguardo di Nadia proseguì, spazzando il sagrato vuoto, e poi tornò a fissare la chiesa.
Non era entrata. Non ancora. Ma aveva trovato qualcosa. E stava pensando.
Elio capì che il suo piano, il fragile castello di bugie e silenzi che aveva cercato di costruire intorno a quell'uomo, era crollato. Non c'era più niente da proteggere. C'era solo da capire chi avrebbe parlato per primo. E cosa avrebbe detto.
Nadia si voltò e cominciò a scendere la scalinata, senza fretta.
Elio rimase immobile, nell'ombra, finché non fu sicuro che se ne fosse andata. La sua mano fasciata pulsava, un ritmo sordo che gli rimbombava nella testa. Non era più solo il custode di un segreto. Era un sospettato. E l'unica persona che poteva scagionarlo, o incastrarlo definitivamente, era Giulia. Che in quel preciso momento, ne era quasi certo, era dentro quella chiesa. Forse non da sola.
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Gemini 2.5 Pro
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