IV
Il vento entrava da ogni parte, anche dove non c’erano fessure. Tore lo sentiva nelle maniglie che vibravano, nel vetro dell’atrio che faceva un rumore secco, come un’unghia passata sul bordo. Alle cinque e qualcosa era già sveglio, seduto dietro il banco della reception con la camicia sotto il maglione, come se dovesse arrivare qualcuno con la valigia. Aveva acceso solo una lampada, quella con il paralume macchiato di nicotina che sua madre non aveva mai voluto buttare.
L’insegna fuori era spenta da settimane. Il paese lo sapeva: l’albergo era aperto lo stesso. Due stanze occupate, e lui lì sotto, a fare finta che fosse un normale mercoledì di dicembre.
Guardò l’orologio, poi il telefono. Niente. Il segnale compariva e spariva come uno scherzo. Lo rimise giù, lo riprese, lo girò, come se cambiando lato potesse cambiare il mondo. In un angolo, la televisione appesa alla parete mandava un notiziario senza audio. Immagini di un mare scuro, un giornalista che gesticolava davanti a un porto qualunque. Tore non aveva bisogno che qualcuno gli spiegasse cos’era la tramontana.
Il campanello alla porta non suonò. Non aveva corrente abbastanza stabile per quello. Sentì invece una porta che sbatteva al piano di sopra, una botta secca, seguita da un’altra, come se qualcuno stesse giocando con l’aria.
Tore si alzò. Le ginocchia gli fecero quel piccolo dolore di sempre, non abbastanza da impedirgli di muoversi ma sufficiente a ricordargli che il suo corpo non era più una cosa semplice. Prese la torcia dal cassetto, quella grande con le batterie nuove, e attraversò l’atrio. Il corridoio puzzava di cera per pavimenti e di umido, quell’odore di case chiuse che d’estate si copre con il cloro e la gente finge di non sentire.
Salì le scale tenendosi al corrimano. Ogni gradino scricchiolava in un modo leggermente diverso. Li conosceva tutti, come si conoscono le rughe della propria mano.
Al piano, le porte delle stanze erano tutte chiuse. Tutte tranne una.
La 12 era socchiusa di un dito. Tore si fermò davanti, ascoltò. Il vento batteva contro i vetri, nient’altro. Spinse la porta.
La stanza era fredda. Il termosifone era spento, come sempre fuori stagione. Il letto era fatto, la coperta tirata su con quell’attenzione che i clienti mettono quando sanno che qualcuno li giudica. Sul comodino, un bicchiere capovolto su un sottobicchiere di carta. Niente vestiti buttati, niente scarpe in giro. Se qualcuno aveva dormito lì, era stato senza lasciare tracce. O non aveva dormito affatto.
Tore puntò la torcia sul bagno. Vuoto. Lo specchio era appannato a metà, come se qualcuno si fosse lavato le mani di fretta e poi avesse aperto la finestra. La finestra era chiusa, però. Solo che non era chiusa bene.
La stanza aveva un odore che lì non doveva esserci. Tabacco. Non il fumo vecchio che si attacca alle tende d’estate quando i turisti fanno quello che vogliono. Tabacco appena spento, la sigaretta schiacciata troppo presto.
Tore non fumava da anni. Lo sentì comunque subito, e gli diede fastidio come un’offesa.
Si avvicinò al tavolino. C’era un foglio piegato in due, senza busta. Sembrava lasciato apposta per essere visto. Tore lo prese con due dita e lo aprì.
Non era una lettera. Era uno scontrino, stampato male, di una pompa di benzina del continente. Data di tre giorni prima. Tore lo guardò come se potesse leggerci altro. Sul retro c’era un numero scritto a penna, quattro cifre, e sotto una parola: *Sant’Agata*.
Lo stomaco gli si contrasse.
Non perché fosse un nome misterioso. Sant’Agata era la chiesa vecchia sopra il paese, quella che nessuno usava più e che tutti nominavano solo quando serviva un punto di riferimento. “Gira dopo Sant’Agata”, “abita dietro Sant’Agata”. Un pezzo di pietra e ombra che si vedeva da metà dell’isola.
Tore ripiegò lo scontrino e se lo mise in tasca.
Scese di nuovo, più in fretta di quanto le ginocchia gradissero. Al banco prese il registro, quello vero, con le pagine ingiallite e la copertina rigida. Lo aprì alla settimana. Due nomi scritti in bella grafia, sua. Uno era una donna di Roma venuta “per stare tranquilla”, così aveva detto. Stanza 4. Quella c’era.
L’altro spazio era vuoto.
Non perché non ci fosse stato nessuno. Tore passò il pollice sul bordo della pagina e sentì una sottile irregolarità. Lì c’era stata una scritta, cancellata con la gomma fino a lasciare una pelle lucida sulla carta.
Si sedette. Il legno della sedia gli entrò nelle cosce. Rimase fermo abbastanza a lungo da sentire il proprio respiro.
La notte prima, verso le undici, l’uomo era entrato dall’atrio con il cappuccio tirato su e la sacca nera in mano. Aveva chiesto una stanza per “due notti forse tre”, aveva pagato in contanti senza contrattare, e poi aveva sorriso come se fosse lui a fare un favore.
«Solo una cosa,» aveva detto. «Non mi registri. Ho dei problemi con l’assicurazione, mi serve… discrezione.»
Tore aveva sorriso prima di rispondere, come sempre. Un sorriso che gli dava il tempo di decidere.
«Qua d’inverno siamo discreti per forza,» aveva detto. E aveva preso i soldi.
Non era la prima volta. Conosceva quella strada: una gentilezza che somigliava molto a qualcos’altro.
Ora la stanza era vuota e il nome non c’era più.
Il vento fece tremare la vetrata. Tore guardò l’atrio, la porta d’ingresso con la serratura vecchia. La chiave era appesa dietro il banco, sul chiodo. Quella c’era.
Guardò il pannello di legno dove teneva le chiavi delle stanze: piccoli portachiavi di ottone, numerati. La 12 era al suo posto.
Questo lo irritò più dell’assenza. Era come se qualcuno avesse voluto dirgli: non è successo niente, e invece sì.
Si alzò e andò dietro la reception, dove c’era la porticina che dava al retro e alla cantina. Era una porta che i clienti non vedevano mai. La aprì. L’aria che veniva da giù aveva un odore di ferro e muffa, e di vecchie cose chiuse insieme.
Scese i gradini. La cantina era bassa, soffitto a volta, pareti che trasudavano salnitro. Ci teneva le casse d’acqua, i detersivi, e un baule grande, di legno scuro, che era stato di suo padre. Non ci metteva le mani da mesi. Non aveva motivo. Era una cosa che stava lì, come una pietra messa in un angolo del cortile: la vedi ogni giorno e smetti di pensarci.
Puntò la torcia sul baule.
Il lucchetto era aperto.
Non penzolava spezzato. Era semplicemente aperto, come se qualcuno avesse avuto la chiave giusta o avesse saputo cosa fare senza fare rumore.
Tore sentì un caldo improvviso salire dal petto al collo. Si chinò, la schiena che protestava, e sollevò il coperchio.
Dentro c’erano carte legate con lo spago, fotografie in bianco e nero, un rosario, una scatola di latta con dentro chiavi vecchie, pesanti, che non aprivano più niente e per questo erano diventate quasi oggetti decorativi. Suo padre le teneva come se un giorno qualcuno avrebbe chiesto: “dov’è la chiave?”, e lui voleva poter rispondere.
La scatola era aperta. Le chiavi erano messe in disordine, come se fossero state rovistate con fretta e con poca luce.
Tore ne prese una manciata e le lasciò ricadere nella latta. Il suono metallico gli rimbombò nelle orecchie più del vento.
Ne mancava una.
Non avrebbe saputo descriverla con precisione, eppure lo sapeva. Era una chiave piatta, di ferro, con un manico lavorato a forma di qualcosa che non era più riconoscibile. Un ricciolo, una foglia, un animale. Quando era bambino ci giocava, facendo finta fosse una spada, e suo padre gli dava uno scappellotto leggero sulle dita.
Tore la cercò con gli occhi fra le altre, come se potesse essersi incastrata. Niente.
Appoggiò la torcia sul gradino e rovistò con entrambe le mani. Le chiavi gli graffiarono la pelle. Il freddo del ferro gli rimase addosso.
Quando capì che non c’era, si raddrizzò piano. Il soffitto basso gli sfiorò quasi la testa.
Qualcuno era entrato. Qualcuno aveva preso proprio quella.
E nello stesso tempo, in albergo, l’uomo senza nome se n’era andato.
Tore chiuse il baule, richiuse il lucchetto come poteva, anche se non serviva a niente, e risalì. I gradini gli sembrarono più ripidi. Quando tornò nell’atrio, la luce grigia del mattino filtrava dalle tende come una polvere.
Andò alla finestra e scostò un lembo. Fuori il paese era vuoto. Il mare non si vedeva da lì, ma si sentiva nel rumore del vento, quel fondo continuo come un motore acceso.
Per un attimo pensò di fare la cosa semplice: chiamare qualcuno. Il sindaco, i carabinieri, chiunque.
Poi vide il registro sul banco, la pagina lucida dove aveva cancellato, e sentì la propria bocca secca.
Se chiamava, doveva spiegare. Doveva dire che aveva preso dei soldi in contanti e aveva promesso discrezione. Doveva dire che uno sconosciuto aveva dormito — o finto di dormire — nella sua stanza e poi era sparito. Doveva dire che qualcuno gli era entrato in cantina senza forzare la porta principale, e gli aveva rubato una chiave che lui teneva come un superstizioso.
E soprattutto: doveva dire perché quella chiave contava.
Non lo sapeva nemmeno lui, davvero. E questa era la parte peggiore.
Si infilò il giaccone, prese un berretto di lana e uscì dal retro, dove la strada era più riparata. Il vento lo colpì lo stesso. Si tirò su il bavero fino alle guance e abbassò la testa.
Il vicolo dietro l’albergo era stretto, tra muri di pietra che d’estate odoravano di gelsomino e adesso sapevano solo di umido e sale. Il vento ci passava sopra, facendo un suono più alto, come una bottiglia soffiata.
Tore camminava senza correre. Non era capace di correre come una volta. Ma andava dritto, e ogni tanto si fermava a guardare per terra, perché sotto quella luce i segni si vedevano.
Il paese aveva poca terra. Asfalto, pietre, scale. Però vicino ai bidoni dell’immondizia, dove l’acqua piovana trascinava il poco fango rimasto dai vasi, c’erano impronte. Non pulite, non da fotografia. Solo macchie scure, un disegno ripetuto. Una suola larga che aveva pestato e poi strisciato un poco, come se chi camminava portasse peso da un lato.
Tore seguì quelle macchie fino al punto in cui il vicolo si apriva su una scaletta che portava verso l’alto. Verso Sant’Agata.
Sentì il cuore accelerare. Non per paura, non ancora. Per fastidio. Per la sensazione di essere stato preso per il naso dentro casa propria.
Salì i gradini. Ogni volta che metteva il piede, una folata gli spingeva contro la giacca e gli toglieva il fiato. Si fermò a metà, una mano sul muro per non perdere equilibrio. Guardò indietro: l’albergo era un parallelepipedo scuro tra altri parallelepipedi chiusi, finestre sbarrate, persiane abbassate. Nessuno in strada.
Continuò.
Più su, la scala girava dietro una casa vuota. Lì il vento era meno diretto, ma c’era più freddo. Tore si accorse di un rumore diverso: non solo il vento, anche un colpo metallico, irregolare, come una catena che batte su un palo.
Arrivò al pianerottolo e vide che una delle ringhiere aveva un filo di ferro spezzato che sbatteva contro la pietra.
Sotto, nel punto dove la scala riprendeva, c’era un’ombra.
Una figura con il cappuccio alzato. Stava ferma, quasi appoggiata al muro, come se aspettasse.
Tore non pensò. Aprì la bocca e chiamò, la voce strappata dal vento.
«Ehi!»
La figura si mosse subito. Non verso di lui. Di lato, sparendo dietro l’angolo.
Tore scese due gradini di corsa, poi si fermò. Il ginocchio destro gli mandò un dolore secco. Si appoggiò al muro, respirò, e riprese più piano, ma con la testa piena solo di quella sagoma.
«Fermati!»
Non sapeva nemmeno cosa avrebbe fatto se l’avesse raggiunta. Chiedere. Prendere per un braccio. Gridare più forte. Era abituato a risolvere con le parole, col sorriso messo davanti come un paravento. Ma lì non c’era nessuno che ascoltava, solo pietra e vento.
Girò l’angolo.
La strada era un budello che correva tra due muri alti e poi si apriva su un piccolo spiazzo. Sullo spiazzo c’era un albero di fico spoglio e un muretto da cui si vedeva uno squarcio di mare, grigio e nervoso.
La figura era già più avanti, oltre lo spiazzo, e correva. Correva davvero, veloce, come se non sentisse il freddo sulle gambe. In due secondi imboccò un altro vicolo e sparì.
Tore provò a seguirla. Fece tre passi, poi un quarto più lungo, e sentì il ginocchio cedere un poco. Non cadde, ma dovette rallentare. Il respiro gli si fece pesante, un fischio breve in gola. Si fermò, maledicendo sottovoce.
Sul selciato, vicino al muretto, c’era qualcosa.
Un oggetto piccolo, scuro. Tore si chinò e lo raccolse.
Era un portachiavi di gomma, di quelli che si danno ai turisti: un pesciolino blu con scritto *Tramontana* in bianco. Dietro, un anellino metallico spezzato, come se fosse stato strappato via.
Non era suo. Non era del suo albergo. Lui non comprava quelle cose.
Lo rigirò tra le dita e sentì la gomma fredda, bagnata. Il vento gli fece lacrimare gli occhi.
Chiunque fosse quella persona, non aveva solo rubato. Stava scappando da qualcosa o verso qualcosa. E conosceva i vicoli abbastanza da sparire senza esitazione.
Tore rimase fermo, con il portachiavi in mano, e guardò verso la direzione in cui la figura era svanita. Se continuava a salire, avrebbe finito per arrivare vicino alla chiesa. Se scendeva, verso il porto.
La parola scritta sul retro dello scontrino gli tornò addosso come un colpo.
Sant’Agata.
Tore si mise il portachiavi in tasca, nello stesso punto dove aveva messo lo scontrino. Il tessuto gli graffiò le nocche. Si voltò e tornò verso l’albergo, non per rinunciare, ma perché sapeva una cosa precisa: se la giornata gli si metteva contro, se qualcuno bussava alla sua porta a fare domande, lui doveva avere le mani pulite.
Rientrò dal retro. L’atrio era ancora vuoto. Il silenzio dentro, dopo il vento, era quasi un rumore a parte.
Andò dietro il banco e aprì il registro. La pagina lucida lo aspettava. Tore prese la penna, quella con il cappuccio rotto, e scrisse un nome finto su quella riga. Un nome comune, da continente, con una firma che non somigliava a nessuno. Poi, accanto, una data d’arrivo: lunedì.
Lo guardò. La sua scrittura era sicura. Sembrava vera perché era fatta con calma.
Sorrise, da solo, prima di dirsi la frase che usava sempre.
«Meglio così.»
Poi si tolse il berretto, lo appoggiò sul banco, e rimase a guardare la porta d’ingresso come se da un momento all’altro dovesse aprirsi.
Non sapeva se stava cercando un uomo senza nome o una chiave di ferro che non apriva più niente. Non sapeva se la figura col cappuccio era la stessa persona o qualcuno che gli era entrato in casa per altro. Ma adesso aveva due oggetti in tasca e un posto in cui andare, e questo, per lui, era già troppo.
Si infilò di nuovo il berretto, serrò la giacca, e si disse che sarebbe uscito ancora. Subito. Prima che il paese si svegliasse davvero, prima che qualcuno chiedesse perché l’albergo era aperto e cosa ci faceva lui lì sotto con la luce accesa.
Prima che la domanda arrivasse da sola, senza che lui l’avesse cercata.
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caccia