Mai ScrittoFase 1
Tramontana

III

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La croce verde al neon del presidio medico sfarfallava, una sillaba di luce inghiottita e risputata dal buio. Nadia la guardava dal suo sgabello, con una tazza di caffè tra le mani. Il calore le arrivava alle dita ma non saliva oltre. Fuori, il vento ululava come un animale intrappolato, un suono così costante che dopo un po’ diventava silenzio, la base su cui si appoggiavano tutti gli altri rumori: lo scricchiolio del tetto, il tremito dei vetri, il lamento di un’antenna sul palo.

Erano le sette del mattino di mercoledì. Non aveva dormito. Non succedeva spesso, ma quando la tramontana si prendeva l’isola, le notti diventavano un tempo diverso, un tempo di attesa. Si aspettava che qualcosa si rompesse, che qualcuno chiamasse. Aveva passato le ore a riordinare l’armadietto dei farmaci, a controllare le scadenze, a compilare registri che nessuno avrebbe letto. Gesti metodici per tenere a bada il pensiero che per tre giorni, o forse più, lei era tutto quello che c’era tra l’isola e il peggio. Un’infermiera con un telefono che non prendeva e una scorta di antidolorifici che non sarebbe bastata per un’emergenza vera.

Il caffè era amaro. Lo bevve fino in fondo, senza zucchero. Mise la tazza nel lavandino e aprì l’acqua, ma la richiuse subito. L’acqua andava conservata. Invece prese uno straccio e pulì il bancone, già pulito. Le sue mani si muovevano da sole, grandi, abituate a toccare, a palpare, a cercare il punto esatto del dolore. Erano le mani che le avevano fatto trovare lavoro ovunque, e che nove anni prima l’avevano portata qui per un incarico di sei mesi.

Aveva disfatto una sola valigia. L’altra era rimasta chiusa nell’armadio per un anno intero, un promemoria silenzioso di un ritorno che non era mai avvenuto. La gente dell’isola aveva smesso di chiedere perché fosse rimasta. Avevano imparato a leggerla come si legge il tempo: non si fanno domande al cielo, si prende quello che dà. E lei dava. Punti di sutura alle tre di notte, consigli non richiesti alle madri ansiose, antibiotici tenuti da parte per chi non poteva permetterseli. In cambio, le davano spazio. Nessuno le chiedeva del suo passato, e lei non chiedeva del loro. Era un equilibrio fragile, fatto di silenzi reciproci.

Un colpo alla porta la fece trasalire. Non era un colpo di vento: era un pugno, debole ma deciso. Tre colpi secchi.

Nadia si fermò con lo straccio in mano. Il cuore le batté una volta sola, più forte. Nessuno bussava a quell’ora se non era grave. Attraversò il piccolo ambulatorio e guardò dallo spioncino.

Elio Contini stava curvo contro il vento, il bavero del cappotto tirato su a coprirgli metà faccia. Gli occhiali erano appannati. La luce intermittente della croce gli colorava di verde il viso pallido.

Nadia aprì la porta. Il vento entrò con violenza, portando un odore di sale e di freddo pulito. Elio quasi cadde dentro. «Chiudi», disse lui, senza guardarla. Lei spinse la porta con la spalla finché il chiavistello non scattò. Si girò. Elio era in piedi in mezzo alla stanza, il respiro corto. Si teneva il polso sinistro con la mano destra. «Che hai fatto?», chiese Nadia. La sua voce era piatta, professionale. «Sono scivolato», rispose Elio. Pulì gli occhiali con un lembo della sciarpa, un gesto nervoso, automatico. «Credo sia rotto». «Dove hai scivolato?» «A casa. Sulle scale». La risposta arrivò troppo in fretta. Nadia lo fissò per un secondo. Poi annuì. «Siediti». Indicò la sedia accanto al lettino. Elio obbedì, muovendosi con la rigidità di chi ha male e non vuole mostrarlo. Nadia si lavò le mani, un rituale lento e preciso. Acqua, sapone, strofinare per trenta secondi. Era un modo per prendere tempo, per lasciare che la prima bugia si depositasse nella stanza. La gente mentiva sempre, sulle cadute. Mentiva per vergogna, per paura. Per coprire un altro.

Si asciugò le mani e si avvicinò. «Fammi vedere». Elio le porse il braccio. Nadia gli sfilò con delicatezza la manica del cappotto, poi quella del maglione. La pelle intorno al polso era gonfia, violacea. «Quando?», chiese lei, le dita che esploravano l’osso con una pressione minima. «Stanotte. Tardi». Elio guardava un punto indefinito sulla parete, sopra la sua spalla. «E vieni solo ora?» «Pensavo passasse». Le dita di Nadia si fermarono su un punto preciso. Elio trattenne un sibilo di dolore. «Non è rotto», disse lei. «Una brutta distorsione. Forse una frattura composta del radio. Senza una lastra non posso dirlo». «Non c’è bisogno di una lastra». «Lo decido io, Elio. Per ora te lo fisso. Ghiaccio, e lo tieni sollevato». Andò a prendere una benda elastica e una stecca. Mentre lavorava, il silenzio nella stanza divenne pesante. Fuori, il vento sembrava aver trovato un nuovo tono, più basso e arrabbiato. Nadia conosceva la casa di Elio. Ci era stata due anni prima, ogni giorno per due settimane, quando sua moglie si stava spegnendo. Ricordava le scale: tre gradini di legno liscio che portavano dal soggiorno alla cucina, coperti da un passatoia consumata. Ricordava l’odore di libri e di polvere. Elio aveva i pantaloni sporchi di terra scura su un ginocchio. Non era polvere. Era terra umida, quasi fango, con dentro frammenti di foglie secche. Non c’era terra così sulle scale di casa sua. «Facevi giardinaggio di notte?», chiese Nadia, senza alzare lo sguardo dalla benda che stava avvolgendo. Elio si irrigidì. «Cosa?» «Hai terra sui pantaloni». «Devo essere caduto fuori. Dopo. Mentre venivo qui». Un’altra bugia, impilata sulla prima. La strada per arrivare al presidio era asfaltata, pulita dalla pioggia e dal vento. Non c’era fango. Nadia strinse la benda, forse un po’ più del necessario. «Sei fortunato. Poteva andare peggio». Finì di fissare la stecca con del nastro adesivo. Il polso era immobilizzato. «Antidolorifici?», chiese. «No. No, grazie. Sto bene». «Non stai bene, Elio. Ma fai tu». Si alzò e andò a scrivere sul registro degli accessi. Data, ora, nome. Alla voce ‘causa’, si fermò con la penna a mezz’aria. Poi scrisse: *Caduta accidentale*. Le parole le sembrarono false anche sulla carta. Elio si alzò, goffo. Si sistemò il cappotto con la mano buona. «Quanto ti devo?» «Niente. E non dire sciocchezze». Nadia chiuse il registro. Si appoggiò al bancone e lo guardò. Per la prima volta da quando era entrato, Elio sostenne il suo sguardo. I suoi occhi, dietro gli occhiali puliti, erano quelli di un uomo che ha visto qualcosa che non sa come dimenticare. Lo stesso sguardo che aveva visto su chi aveva perso qualcuno in mare, o su chi era sopravvissuto a un incidente in cui era morto un altro. «C’è vento forte», disse lui, come se fosse una spiegazione. «C’è sempre vento forte, quando si alza la tramontana», rispose lei. «Ma la gente non va in giro a rompersi i polsi nel cuore della notte». Si fissarono per un lungo momento. Nadia pensò a tutte le cose che Elio aveva visto in quarant’anni di insegnamento su quell’isola. I segreti dei ragazzi, le paure, le violenze taciute. Lui era il confessore laico della comunità, il depositario di tutto ciò che non si poteva dire al prete. E aveva sempre scelto il silenzio. Lo chiamava rispetto. Nadia, a volte, lo chiamava complicità. «Stammi bene, Nadia. E grazie». Elio si girò verso la porta. «Elio», lo fermò lei. Lui si voltò, la mano sulla maniglia. «Quella terra…» cominciò Nadia, piano. «Non è terra del paese. È terra vecchia. Sa di chiuso. Come quella del cimitero, o di un posto che non si apre da anni». L’espressione di Elio non cambiò, ma un muscolo della sua mascella ebbe un fremito. «Non so di cosa parli». «Lo sai», disse Nadia, con una calma che sorprese anche lei. «E se qualcuno si è fatto male davvero, se qualcuno ha bisogno di me, il tuo silenzio non lo aiuterà. Questa volta no». Lui la guardò ancora, e per un attimo a Nadia sembrò che stesse per crollare, per dire tutto. Invece scosse la testa, appena, e aprì la porta. Il vento lo investì di nuovo, strappandogli le parole di bocca. Uscì senza aggiungere altro, una figura scura che si allontanava nella luce grigia dell’alba.

Nadia chiuse la porta a chiave. Si appoggiò con la schiena contro il legno freddo e chiuse gli occhi. L’odore di Elio era ancora nella stanza: un misto di panno umido, di sapone e di paura. E l’odore della terra. Terra di sagrestia, aveva pensato. Terra di Sant’Agata.

Tornò al suo sgabello e si sedette. Il presidio medico era di nuovo silenzioso, ma ora era un silenzio diverso, pieno di domande. La richiesta di Elio di tacere a Giulia, di cui lei non sapeva nulla. La chiave trovata da Giulia, che lei non poteva immaginare. La barca di Marco in mare aperto. Erano tutti fili separati di una stessa rete, e lei ne teneva in mano uno, appena tirato.

Aprì un cassetto sotto il bancone. Non quello dei farmaci, ma quello personale. C’era un vecchio registro rilegato in pelle nera, con gli angoli consumati. Lo aprì. Dentro, con la sua calligrafia fitta, c’erano i nomi dei pazienti cronici, degli anziani soli, di quelli che andavano tenuti d’occhio. Non un documento ufficiale, ma la sua vera mappa dell’isola. La mappa delle fragilità.

Fece scorrere il dito lungo l’elenco dei nomi. Famiglie intere, storie di malattie e di guarigioni, di morti e di nascite a cui aveva assistito. Si fermò su un nome, poi proseguì. Cercava qualcosa, o qualcuno. Un’assenza che potesse combaciare con la bugia di Elio.

Poi tornò indietro. Il suo dito si posò di nuovo su una riga. Un nome. Accanto, poche annotazioni scritte a matita. *Insonnia. Ansia. Rifiuta farmaci. Ultimo controllo: due mesi fa.*

Non era un anziano. Non era uno dei soliti noti. Era qualcuno di cui si parlava poco, che viveva ai margini della vita del paese, come tanti sull’isola d’inverno. Qualcuno che aveva un appuntamento con lei il martedì, e non si era presentato.

Nadia fissò il nome. Era un’ipotesi, un’intuizione basata su nove anni passati ad ascoltare quello che la gente non diceva. Ma in quel momento, con il vento che batteva contro i vetri e l'immagine di Elio con la terra sui pantaloni, le sembrò l’unica cosa sensata in una notte che non aveva più senso.

Chiuse il registro. Si alzò. Prese la sua giacca a vento, quella pesante, e controllò le tasche. C’erano garze, un laccio emostatico, un paio di guanti in lattice. Il suo kit di primo soccorso improvvisato.

Aprì la porta. Il vento la spinse indietro. Nadia abbassò la testa e uscì, chiudendosi la porta alle spalle. La croce verde continuava a sfarfallare, un segnale intermittente per un’emergenza che nessuno aveva ancora dichiarato.

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