Mai ScrittoFase 1
Tramontana

II

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Marco Piras si sveglia prima che suoni qualunque cosa. Non è un rumore preciso: è il modo in cui la casa si muove quando il vento prende la direzione giusta e ci si infila, uno strato dopo l’altro, dentro alle fessure.

Rimane fermo, con gli occhi aperti nel buio. L’odore di gasolio gli è rimasto nelle mani anche dopo averle lavate. Sente il materasso freddo sotto la schiena. Fuori, da qualche parte, una lamiera sbatte a intervalli irregolari. Ogni volta pensa che sia l’ultima, che adesso qualcuno scenderà a fissarla, e invece ricomincia.

Allunga la mano verso il telefono sul comodino. Schermo nero. Lo tocca, aspetta che si accenda. Una tacca che compare e sparisce. Nessuna notifica, nessuna chiamata. Lo rimette giù e lo riprende dopo pochi secondi, come se controllare potesse cambiare qualcosa.

La tramontana, pensa. Martedì sera aveva ancora sperato che si fermasse prima dell’alba, che il traghetto del mattino riuscisse a partire lo stesso. Lo sperano tutti, ogni volta, anche se tutti sanno che non succede quasi mai.

Si tira su a sedere. La stanza è piccola, mobili vecchi comprati da qualcuno che se n’è andato. In cucina, sul tavolo, c’è un foglio con due colonne scritte a matita: entrate e uscite. Da mesi le cifre cambiano di posto ma il totale resta uguale, come se i soldi fossero acqua in una ciotola scheggiata.

Si veste senza accendere la luce. Maglia, maglione, giacca cerata. Il cappuccio già in testa anche se non piove. Infilandosi gli stivali sente un crampo alla caviglia, un dolore breve e asciutto. Da quanto non fa una notte intera?

Apre la porta di casa e il vento lo prende in faccia come una mano piatta.

La strada che scende al porto la conosce a memoria. La percorre talmente spesso che a volte, d’estate, quando ci sono turisti e motorini e risate, gli sembra di essere uno straniero nella sua stessa traiettoria. Adesso non c’è nessuno. Le case chiuse hanno le imposte bloccate col fil di ferro, e le serrature sembrano tutte più nuove di quello che proteggono.

In fondo, il porto è due lampioni e una linea nera. Le barche oscillano sulle cime, ognuna con il proprio ritmo. Quando il vento arriva da nord, il porto non è un porto: è una ciotola aperta.

La sua barca è quella più vicina alla scogliera, perché è l’unico posto dove l’acqua è abbastanza profonda anche con la bassa. Non grande, non bella. Una barca da lavoro, bianca in origine, con il bordo rovinato e la coperta piena di segni che nessuno cancella più. L’ha ereditata insieme a tutto il resto: il nome scritto a lettere scolorite sulla poppa e il debito che ci sta sopra come una seconda chiglia.

Scende sul molo con le mani già dure per il freddo. Le dita cercano il nodo sulla prima cima e lo stringono. Il vento tira dalla parte sbagliata, e il nodo si tende come una corda di violino.

Si ferma un attimo a guardare l’imboccatura del porto. Fuori, oltre la diga, il mare non è nero: è più scuro del nero, un’assenza. Ogni tanto una cresta bianca si vede anche da qui, e poi sparisce.

Marco si avvicina al fianco della barca. La cima di prua è tesa, quella di poppa fa un angolo diverso dal solito. Si china e la tocca. La fibra ruvida gli gratta il palmo. Ha un punto consumato, proprio vicino al bordo del molo, come se avesse sfregato più del normale.

“È la tramontana,” si dice.

La frase gli esce da sola, ed è una bugia piccola, perfetta: plausibile, comoda. La tramontana fa consumare tutto. Anche gli uomini.

Passa le mani sui parabordi, li spinge un po’ più in basso. Controlla il grillo d’acciaio, la gassa, il moschettone. Fa quello che fa sempre quando non può fare altro: mette ordine in una cosa concreta.

Un colpo più forte fa gemere i pali d’ormeggio. La barca si sposta, si appoggia, torna indietro. Marco sente la vibrazione nelle gambe, dal legno del molo fino alle ginocchia.

Salta a bordo con un gesto che non pensa. Appoggia il piede sulla coperta bagnata e scivola di mezzo centimetro; si ferma senza cadere, perché il corpo è abituato a correggersi prima che la testa capisca.

La cabina è chiusa. Il portello ha un lucchetto piccolo, di quelli che in città aprirebbe un ragazzino con una forcina, ma qui basta perché nessuno, in inverno, va a cercare guai nelle cose altrui. Marco infila la mano nella tasca interna della giacca dove tiene la chiave.

La chiave non c’è.

Il gesto si ripete una seconda volta, più rapido, come se la prima fosse stata sbagliata. Poi nella tasca dei jeans. Poi nel taschino del maglione. Niente.

Resta fermo con la mano a metà, le dita aperte. Il vento gli entra nel collo e gli fa lacrimare l’occhio sinistro.

Non perde chiavi. Non perché sia ordinato: perché se perde una chiave, perde tempo, e il tempo è la cosa che non si può permettere di buttare in mare.

Si obbliga a respirare piano e guarda il lucchetto. È lì, appeso all’anello. La chiusura è infilata. Non sembra forzato.

Fa un passo indietro, controlla la coperta: niente. Guarda tra la barca e il molo, l’acqua che sbatte contro il cemento. Impossibile vederci dentro. Se la chiave è caduta, è finita.

La bugia piccola gli torna in bocca: “L’avrò lasciata a casa.”

Potrebbe essere vero. Potrebbe. Solo che lui la chiave la mette sempre nella stessa tasca prima ancora di uscire.

Si avvicina alla cabina e appoggia l’orecchio sul portello, come se potesse sentire un rumore dall’altra parte. Sente solo il vento che passa tra le antenne e i sartiami delle barche vicine.

Allunga la mano e tocca il lucchetto. È freddo, umido. Ma la fessura della serratura ha un bordo lucido, appena pulito, come se qualcuno ci avesse messo dentro qualcosa di recente. Forse è solo condensa. Forse.

Sente un fruscio metallico: un colpo corto, come una trasmissione radio che si apre e si chiude.

Marco si gira di scatto. La radio VHF è dentro, in cabina. Non può essere quella. Però il suono lo conosce, anche quando lo sogna.

Si sporge verso il parabrezza. Il vetro è rigato e salato. Attraverso, vede il piccolo altoparlante della radio. Un LED verde, debole, che normalmente non resta acceso se lui non la lascia in standby.

E il LED è acceso.

Gli si secca la lingua. Resta qualche secondo a fissare quella luce minuscola, come se potesse spiegargli tutto: chi è entrato, perché, quando.

La logica gli dice che non può esserci nessuno. La cabina è chiusa. Il lucchetto è chiuso. Eppure la radio non si accende da sola.

Marco scende dalla barca senza saltare, questa volta. Fa due passi sul molo. Il vento gli porta addosso l’odore del mare e, più sotto, quello delle alghe schiacciate. Si ferma vicino al palo della luce. Guarda su verso il paese. Nessuna finestra accesa da questa parte. L’albergo di Tore, più in là, è una macchia scura con un’insegna spenta. Anche se ci sono due stanze occupate, non lo diresti.

Si mette le mani in bocca e soffia per scaldarle. La pelle sulle nocche è spaccata in due punti. Sta per tornare indietro a casa, a cercare la chiave e poi a tornare di nuovo giù—e già sente il fastidio di quei cento metri fatti troppe volte—quando il fruscio metallico si ripete.

Stavolta non è immaginazione. È un suono che viene da dentro la cabina.

Marco si avvicina al portello. Si mette di lato e appoggia il palmo contro il legno. Sente una vibrazione leggera, come se l’altoparlante stesse parlando piano.

Non può ascoltare bene, ma qualcosa arriva: una voce spezzata, maschile o femminile non lo capisce, tagliata dal vento anche se il vento non entra lì dentro. Un pezzo di frase, poi statica.

“…qui… aiuto…”

Marco si irrigidisce. Aspetta un altro frammento, il nome di una barca, un punto di riferimento.

Arriva solo il vuoto, e poi di nuovo il clic: trasmissione chiusa.

Il molo gli sembra più lungo. Il porto, improvvisamente, non è più suo: è un posto dove può succedere una cosa che lui non controlla.

Pensa a chiamare la Guardia Costiera, poi si ricorda del telefono. Lo tira fuori, lo guarda. Nessun segnale. Lo alza verso il cielo come fanno i turisti, senza crederci. Una tacca che compare, poi sparisce.

“Porca miseria,” dice, e la parola gli si perde nel vento.

C’è una chiave di riserva. La tiene nascosta perché, in un posto così, anche avere una riserva è una forma di sfida. Non è per i ladri: è per l’umiliazione di dover chiedere a qualcuno.

Si avvicina alla panca a poppa, si inginocchia sulla coperta. Solleva una tavoletta tenuta ferma da una vite mezza consumata e infila le dita nello spazio sotto. Le sente toccare qualcosa di metallico. Tira fuori un piccolo portachiavi senza portachiavi: solo una chiave piatta, moderna, con la plastica nera all’estremità.

La guarda per un secondo di troppo. Il metallo è asciutto. Questo lo rassicura e lo inquieta insieme: se qualcuno è stato qui sotto, non l’ha rimessa come l’ha trovata.

Si alza e rimette la tavoletta al suo posto senza stringere la vite. Infilare e svitare adesso non serve.

Infila la chiave nella serratura del lucchetto. Gira. Il lucchetto si apre con un clic pulito, troppo facile.

Sollevando il portello della cabina, l’odore lo colpisce: gasolio, umido, plastica calda. E un altro odore sotto, di sigaretta spenta da poco. Marco non fuma in cabina. Non fuma quasi mai, perché costa.

Resta fermo sulla soglia, con il portello aperto e il vento che entra. Guarda dentro.

La cabina è come l’ha lasciata nel pomeriggio: la cerata appesa al gancio, la borsa degli attrezzi sul pavimento, una bottiglia d’acqua mezza vuota. Solo che la borsa degli attrezzi è spostata di dieci centimetri, e quella precisione lo fa arrabbiare più del disordine.

La radio VHF è accesa, volume basso. Sul display c’è il canale 16. La manopola dello squelch è girata più a destra del solito.

Marco si china e abbassa ancora il volume, per istinto, come se qualcuno potesse sentire da fuori. Poi lo rialza piano. La statica riempie la cabina, un rumore secco, domestico.

Prende il microfono. È tiepido.

Non dovrebbe essere tiepido.

La sua gola si stringe, e per un momento pensa a una cosa stupida: che suo padre gli aveva sempre detto di non fidarsi delle cose tiepide a gennaio. “Se è tiepido,” diceva, “è perché qualcuno ci ha messo le mani.”

Marco schiaccia il tasto di trasmissione. La voce gli esce più bassa del normale.

«Porto. Chiunque sia in ascolto, rispondete. Qui barca di Marco Piras, porto. Ricevete?»

Lascia il tasto. Solo statica.

Aspetta. Niente.

Ci riprova, cambiando tono, come se il tono fosse il problema.

«Chi ha chiamato aiuto sul sedici? Ripetete. Dove siete?»

Statica. E poi, per un secondo, una voce lontana. Non parole: solo un suono umano, una sillaba che potrebbe essere qualsiasi cosa.

Marco si sporge fuori dalla cabina e guarda l’imboccatura del porto. Non vede luci in mare. Solo il bianco delle creste oltre la diga, come denti.

Si passa una mano sulla faccia. Si sente la barba di due giorni sotto le dita. Il vento gli entra in cabina e fa sbattere piano il portello.

Potrebbe chiudere. Potrebbe spegnere la radio, tornare a casa, aspettare il mattino. Dire a se stesso che qualcuno, se davvero ha bisogno, richiamerà. Che la Guardia Costiera avrà sentito, anche se lui no. Che non è compito suo.

Poi pensa alla frase: *non è compito suo*, e gli viene da ridere senza suono. Sull’isola non c’è quasi mai il compito di qualcun altro. O lo fai tu, o non lo fa nessuno.

Si mette a controllare il motore, anche se sa che è assurdo farlo adesso. Solleva il coperchio, punta la torcia del telefono. Il vano è pulito, troppo pulito per essere vero. Qualcuno, ieri, ha tolto il sale con uno straccio. Lui non l’ha fatto.

Allunga la mano verso la valvola del carburante. È in una posizione diversa. Non tanto da bloccare il motore, ma abbastanza da farlo tossire, da farlo sembrare un guasto casuale.

Marco si ferma con le dita sulla valvola. Si immagina la scena: lui che prova a uscire per un’emergenza, il motore che muore all’imboccatura, la barca che si mette di traverso, il vento che la spinge contro i massi.

Gli sale un caldo alla nuca che non è il freddo.

Qualcuno è entrato qui stanotte. Qualcuno ha acceso la radio. Qualcuno ha toccato il motore.

Non ha un nome, non ha una faccia, ma ha mani che si muovono bene al buio.

Marco rimette la valvola al suo posto. Chiude il vano motore e resta un secondo in silenzio, ascoltando solo la statica della radio e il vento che tira.

Ripensa ai tre giorni. Tre giorni senza traghetto. Tre giorni in cui chi ha un problema non lo porta via dal mare. Tre giorni in cui ogni cosa resta qui, si gonfia come un sacco pieno d’acqua.

La radio fa di nuovo clic. Una trasmissione si apre.

Marco afferra il microfono, lo porta vicino all’orecchio.

Dall’altoparlante esce una frase breve, spezzata. Stavolta capisce solo una parola, e gli basta.

«…scogli…»

Poi la voce sparisce, inghiottita dalla statica.

Marco non pensa più. Si muove.

Prende la cerata pesante e se la infila addosso sopra la giacca, stringe il cinturino al polso. Si mette i guanti. Apre il cassetto e controlla la torcia vera, quella grande con le pile nuove. La accende e spegne. Funziona.

Sotto il sedile c’è un vecchio giubbotto salvagente. Lo tira fuori, lo scuote. La plastica scricchiola. Se lo mette senza chiuderlo subito, come se quel gesto lo impegnasse troppo.

Va a prua, controlla ancora le cime. La cima consumata vicino al molo gli sembra adesso una frase scritta in un’altra lingua: non la sa leggere, ma sa che parla di lui.

Slega prima quella di poppa. La barca si muove subito, spinta dal vento, e Marco trattiene il peso con il braccio teso. Il legno gli taglia un guanto sul palmo. Sente la pelle pizzicare.

Si obbliga a farlo con calma, come gli ha insegnato il mare: la fretta è un modo elegante di morire.

Prima di mollare l’ultima cima, guarda il molo. La luce del lampione fa un cono giallo sul cemento bagnato. Fuori dal cono è tutto buio.

E nel buio, vicino alla scaletta del molo, c’è una sagoma.

Non l’ha sentita arrivare. Non ha sentito passi, non ha sentito niente. Solo adesso, guardando, vede che c’è qualcuno che sta fermo, con il cappuccio tirato su come lui. Non fa gesti. Non chiama.

Marco sente il sangue cambiare ritmo. Cerca i dettagli: altezza, spalle, modo di stare. L’isola è piccola, di solito bastano due secondi per capire chi hai davanti anche al buio. Adesso no. Il vento muove il cappuccio dell’altro e lo rende un’ombra senza faccia.

Marco apre la bocca per urlare, e si accorge che non sa cosa urlare. *Che ci fai?* non serve. *È stata colpa tua* è una frase che si dice quando si sa qualcosa, e lui non sa.

La sagoma fa un passo indietro, fuori dalla luce. Sparisce.

Marco resta con il fiato in gola. Il vento gli porta addosso un odore di tabacco, lo stesso che ha sentito in cabina. Si gira di scatto verso il portello: nessuno dentro. Si gira di nuovo verso il molo: nessuno.

Per un secondo pensa di mollare tutto e correre dietro, su per la strada, fino al paese. Poi la radio gracchia una statica più forte, come se qualcuno stesse provando a parlare e non riuscisse.

Marco torna al presente con un colpo secco.

Chiude il giubbotto salvagente. Stringe la fibbia finché gli dà fastidio sulle costole. Va al timone. Inserisce la chiave nell’avviamento e la gira.

Il motore non parte al primo colpo. Tossisce. Marco sente un gelo nello stomaco che non ha niente a che fare con gennaio. Gira di nuovo. Il motore prende, irregolare per un secondo, poi si stabilizza. Il rumore riempie il porto e lo fa sembrare meno vuoto, ma non lo rende meno chiuso.

Molla l’ultima cima. La barca si stacca dal molo come se non avesse aspettato altro.

Marco dà un colpo di marcia e tiene il timone con entrambe le mani. La prua si gira verso l’imboccatura. Il vento la spinge di lato, insistente, come se volesse riportarlo indietro.

Esce dal riparo dei moli e subito sente il mare cambiare. L’acqua prende la barca sotto, la solleva, la lascia cadere. La diga è vicina, e oltre c’è soltanto buio e schiuma.

Marco guarda una volta verso il paese, verso le case chiuse e le strade vuote. Nessuna luce si accende per lui. Nessuno è sveglio per dirgli di tornare indietro. Nessuno può venire a prenderlo se sbaglia.

Stringe il timone finché le nocche fanno male, e punta la prua dove il nero è più nero.

Se qualcuno è sugli scogli, pensa, non ha tre giorni.

E mentre la barca prende il mare aperto, con la tramontana che la schiaccia di lato, Marco capisce una cosa semplice e terribile: sull’isola può essere successo qualunque cosa stanotte, e lui se ne accorgerà sempre in ritardo.

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