Mai ScrittoFase 1
Tramontana

I

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Giulia Serra non dormiva da quando era arrivata sull'isola, e la notte di martedì era uguale alle altre.

Stava seduta sul letto nella casa di sua madre con il giaccone ancora addosso, le scarpe sul pavimento, e il telefono in mano. Nessun segnale. Lo rimise sul comodino, aspettò, lo riprese. Due tacche. Lo rimise giù.

La casa odorava di umido e di qualcosa di dolce che non riusciva a identificare, forse il legno delle travi, forse solo il ricordo di quando ci abitava qualcuno. Aveva passato il lunedì ad aprire finestre e a chiuderle, ad accendere il riscaldamento e aspettare che prendesse, a trovare la posizione giusta nel letto e non trovarla mai. Il martedì aveva sistemato le stoviglie, trovato tre bottiglie di acqua minerale scaduta nel 2021, portato fuori una scatola di vestiti che non sapeva se tenere. Adesso era mercoledì, erano le tre di notte, e il vento era cambiato.

Non era una questione di intensità. Il vento c'era stato anche prima, da quando era arrivata. Era una questione di direzione: adesso veniva da nord, e passava attraverso le fessure della casa in un modo diverso, continuo, come se cercasse qualcosa.

Giulia si alzò. Andò alla finestra. Il porto era vuoto e illuminato male, due lampioni sull'imbocco del molo, il resto buio. La barca di Piras era ancora là dove l'aveva vista nel pomeriggio.

Si mise le scarpe.

Non aveva una ragione per uscire. Sapeva che non aveva una ragione, e uscì lo stesso.

***

La strada principale era deserta. L'asfalto rifletteva l'umido, le case sbarrate avevano le imposte fissate dall'esterno con fil di ferro — la pratica di chi parte sapendo che non torna prima di aprile. Giulia camminò verso il centro del paese senza pensarci, i piedi che prendevano la strada da soli come fanno con i posti imparati da bambini. Girò prima che finisse la discesa, prese il vicolo dietro la chiesa, passò davanti alla fontana asciutta.

Il paese aveva tre chiese. Quella nuova sul porto, costruita negli anni sessanta con i soldi di un emigrato, cemento e vetri colorati economici. Quella di mezzo, la parrocchiale, che usavano ancora. E quella vecchia, sopra, che non usava nessuno.

Giulia non stava andando alla chiesa vecchia. Stava solo camminando, perché stare ferma era peggio. Ma il vicolo saliva, e lei salì.

La chiesa vecchia si chiamava Sant'Agata dei Marosi. Giulia non aveva mai capito se "dei marosi" fosse un titolo ufficiale o un'aggiunta locale. Da bambina aveva chiesto a Elio Contini — le aveva insegnato italiano e storia alle medie — e lui aveva detto che certi nomi vengono da tanto lontano che la spiegazione si è persa. Le sembrava la risposta di un adulto che non sa ma non vuole dirlo.

Il portone di Sant'Agata aveva tre cardini di ferro, e intorno al portone c'era una fascia di pietra più scura su cui qualcuno, in qualche secolo, aveva inciso una data. Giulia l'aveva sempre letta come 1712, ma da bambina leggeva in fretta e forse sbagliava.

Il portone era aperto.

Non socchiuso. Non scassinato. Aperto verso l'esterno, i cardini fermi, come se qualcuno avesse semplicemente spinto.

Giulia si fermò a tre metri. Il vento era forte lì, in cima al vicolo, tirava verso il basso e le riempiva le orecchie. Guardò il portone. Guardò la strada. Non c'era nessuno.

La cosa più ragionevole era tornare indietro. Andare a dormire. Domani avrebbe chiamato don Basilio — il parroco, un uomo sulla settantina che lei ricordava già vecchio quando aveva dieci anni — e gliel'avrebbe detto. Qualcuno aveva aperto la chiesa vecchia, non è un problema mio.

Ma l'interno era buio e lei vedeva solo il primo metro di pietra, e c'era qualcosa sul pavimento.

Prese il telefono. Nessun segnale, ma la torcia funzionava. Puntò il fascio verso l'apertura.

Un piede.

La scarpa era di cuoio marrone, con la suola consumata sul lato esterno. Il pantalone era grigio, bagnato fino al ginocchio.

Giulia non gridò. Le sembrò strano, dopo, non aver gridato. Rimase ferma con la torcia puntata e il telefono che le tremava leggermente in mano, e guardò finché il piede non si mosse.

Si mosse. Tirò su il ginocchio, lentamente, come di qualcuno che dorme e si gira.

Allora gridò.

***

Il grido rimase nel vicolo. Il vento lo portò via quasi subito.

Giulia fece tre passi indietro, poi si fermò. L'istinto era di scappare e non lo seguì, perché — lo capì solo dopo che si era già fermata — aveva riconosciuto la scarpa.

Era di Elio Contini. Le scarpe di Elio Contini erano sempre di cuoio marrone, sempre consumate sul lato esterno, perché camminava storto, perché aveva avuto un incidente al ginocchio sinistro nel 1998 e da allora non si era più raddrizzato del tutto. Giulia aveva guardato quelle scarpe per tre anni di medie, dal banco della seconda fila.

Rientrò nel portone.

Elio Contini era sul pavimento della navata, la schiena contro il primo banco, le gambe distese. Aveva gli occhiali in mano invece che sul naso. Era alto e sembrava ancora più lungo così steso, la testa inclinata verso sinistra, la bocca aperta.

Giulia si inginocchiò. Appoggiò due dita al collo.

Il polso c'era. Lento, ma c'era.

«Professore.»

Niente.

«Professore.» Più forte. Gli toccò la spalla.

Elio aprì gli occhi. Li aprì tutti e due insieme, come chi si sveglia di scatto, e la prima cosa che fece fu rimettersi gli occhiali. Li sistemò sul naso, le guardò la faccia, e la prima cosa che disse fu:

«La porta.»

Giulia si girò. Il portone era ancora aperto.

«L'ho trovata così», disse. «Era già aperta.»

Elio non rispose subito. Si appoggiò al banco per sedersi meglio, e Giulia vide che si teneva il polso sinistro con la mano destra. «Quanto tempo stai qui fuori?»

«Cinque minuti. Forse meno.»

«Hai visto qualcuno?»

«No. Era deserta.»

Elio annuì. Guardò verso l'altare. Nella luce della torcia, l'interno della chiesa era bianco di calce vecchia e vuoto quasi del tutto — i banchi, l'altare coperto da un telo, una croce appesa troppo in alto. A destra dell'altare c'era una porta più piccola, quella della sagrestia, e anche quella era aperta.

Giulia non l'aveva notata prima.

«Si è fatta male?» disse.

«Cosa?»

«Il polso. Se lo tiene.»

Elio guardò la mano come se se ne fosse dimenticato. «Sono caduto.»

Non spiegò altro. Giulia aspettò e lui non aggiunse niente, e capì che non avrebbe aggiunto niente.

«Cosa ci faceva qui?»

«Passeggiavo.»

«Alle tre di notte con la tramontana.»

«Anch'io potrei chiederlo a te.»

Giulia si alzò. Puntò la torcia verso la porta della sagrestia. Il fascio arrivava fino al primo metro, poi si perdeva nel buio. Non si sentiva niente — nessun passo, nessun respiro, solo il vento che entrava dal portone principale e girava nella navata.

«C'era qualcuno», disse Elio.

Giulia si girò.

«Quando sono entrato. C'era qualcuno dalla parte dell'altare.»

«Chi?»

«Non ho fatto in tempo. Sono caduto sul gradino.» Si guardò il polso. «Non sono più così veloce.»

Giulia rimase ferma un momento. Poi andò verso la porta della sagrestia.

«Non farlo», disse Elio.

«Se c'è ancora qualcuno lo voglio sapere.»

«Se c'è ancora qualcuno non hai una torcia abbastanza grande.»

Era la frase più strana che le avesse mai sentito dire. Da bambina Elio Contini era il tipo di professore che non alzava mai la voce, che rispondeva a qualsiasi domanda con un'altra domanda, che faceva sembrare tutto spiegabile. Non il tipo che dice *non hai una torcia abbastanza grande* alle tre di notte dentro una chiesa che avrebbe dovuto essere chiusa da trecento anni.

Giulia aprì la porta della sagrestia.

Buia, piccola, l'odore di chiuso di decenni. Una credenza contro il muro, il telo su qualcosa che poteva essere un tavolo. Una finestra con le assi inchiodate dall'esterno. E, sul pavimento vicino alla credenza, una sacca.

Una sacca da viaggio, nera, con la zip aperta. Dentro, piegati in fretta, dei vestiti.

Giulia si accovacciò. Non toccò niente. Puntò la torcia sull'interno della sacca. I vestiti erano di un uomo, o comunque di qualcuno di grande. Una maglietta, un maglione, quello che poteva essere un secondo paio di pantaloni. Niente documenti visibili, niente telefono.

Si rialzò e tornò nella navata.

Elio era in piedi. Si era alzato da solo e stava guardando verso il portone con le spalle a lei.

«C'è una sacca», disse Giulia. «Con dei vestiti.»

«Lo so.»

Giulia aspettò.

«Lo sapevo già», disse Elio. Poi si voltò. Le occhiali riflettevano il fascio della torcia e non vedeva gli occhi. «Giulia. Senti una cosa.»

Era la prima volta che usava il suo nome. Da quando era arrivata sull'isola, lunedì mattina, e lui l'aveva incontrata al porto e aveva detto *condoglianze* come dicono tutti, non aveva usato il suo nome.

«Domani mattina», disse Elio, «il traghetto non parte.»

«Lo so già. La tramontana.»

«Tre giorni, forse più.» Fece un passo verso il portone. «Quello che hai visto qui stanotte, la sacca, il portone aperto — non dirlo a nessuno. Ancora.»

«Ancora.»

«Per adesso.»

Giulia non rispose subito. Guardò la porta della sagrestia, poi il portone aperto sul vicolo buio, poi Elio Contini che aspettava con la mano destra intorno al polso sinistro.

«Lei sa chi era», disse.

Elio non lo negò. Questo era il punto, capì Giulia — non lo negò.

«Il traghetto non parte», ripeté lui. «Hai tre giorni per decidere se fidarti di me.»

Poi uscì.

Giulia rimase nella navata vuota con la torcia accesa e il portone aperto davanti a lei. Il vento entrava e portava via il calore che non c'era. Da fuori non veniva nessun suono tranne il vento.

Sul pavimento, accanto al gradino dell'altare, c'era qualcosa che non aveva visto prima. Un oggetto piccolo, piatto. Si avvicinò.

Era una chiave. Di ferro, vecchia, il manico lavorato con una forma che non riusciva a leggere bene alla luce della torcia. Non la chiave di una serratura moderna. Non la chiave di niente di moderno.

La raccolse.

Era fredda come il pavimento, come le pietre, come tutto in quella chiesa. Ma era asciutta, mentre le pietre intorno erano umide di condensa. Asciutta come se qualcuno l'avesse tenuta in mano poco prima.

Giulia la mise in tasca, spense la torcia, e uscì nella notte.

Capitolo scritto da

Claude Sonnet 4.6

anthropic/claude-sonnet-4.6

Lente

sospetto