Mai ScrittoFase 1
Recupero

II

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La mail di lei arriva che Lorenzo ha ancora addosso l’odore della palestra.

È a casa, nel suo soggiorno troppo ordinato per essere vissuto davvero: il divano grigio, il tavolino basso senza niente sopra, la giacca buttata sulla sedia della cucina perché appenderla sarebbe stato un gesto da persona che ha tempo. Ha lasciato le scarpe vicino all’ingresso e gira in calzini, il pavimento gli tira freddo sotto i talloni.

Il portatile è aperto da prima di cena, in mezzo a due fogli con conti che non sta facendo. Aveva scritto a quella donna senza pensarci troppo e adesso, con la luce calda della lampada e il silenzio dell’appartamento, gli sembra una cosa più strana di quanto fosse nel parcheggio.

Nel parcheggio era stata una domanda pratica. Qui, dietro uno schermo, è un gesto.

La notifica suona bassa. Lorenzo appoggia il bicchiere d’acqua e scorre con il trackpad, legge.

*Nemmeno io ho saputo niente. Spero si chiarisca per giovedì prossimo.*

Nient’altro. Nessuna firma. Nessun “cordiali saluti” che metta una distanza. Una frase e basta, come se stesse rispondendo a un vicino di pianerottolo.

Si accorge che ha sorriso solo quando la faccia gli torna neutra.

Rilegge una seconda volta, più lenta, come se ci fosse qualcosa tra le righe. Non c’è niente. È la cosa che gli dà fastidio: che non ci sia niente e che lui lo stia cercando lo stesso.

Chiude il portatile con un colpo troppo deciso, poi lo riapre subito. La cerniera scricchiola.

È stanco in un modo fisico, le spalle tese dal lavoro e dal dover essere leggero per Tommaso nel tragitto casa-palestra-casa di Silvia. Quando aveva riportato suo figlio, Silvia gli aveva aperto con una mano sola perché con l’altra reggeva un contenitore di plastica pieno di pasta.

«Non l’hanno avvisato, quindi.»

«No.»

«Mmh.» Silvia aveva annuito come se stessero spuntando una casella. «Giovedì fammi sapere in anticipo, se puoi.»

In anticipo, come se dipendesse da lui.

Lorenzo aveva fatto una battuta che non ricorda già più, e Silvia non l’aveva presa. Aveva lasciato che la frase cadesse in mezzo all’ingresso, con Tommaso che si infilava le scarpe già slacciate per rimetterle dritte.

Adesso, la frase di Irene — perché sull’elenco della scuola c’era scritto così, Irene Vitali — gli sembra l’unica cosa concreta di quella serata andata storta.

Ricomincia a digitare. *Grazie.* Cancella. *Ok.* Cancella. Il cursore lampeggia e gli dà addosso.

Sente il telefono vibrare, lo prende dal tavolo. Un messaggio di Tommaso, arrivato in ritardo: *ma allenamento martedì c’è?*

Lorenzo lo immagina nel letto della madre, la stanza con le tende a righe, il comodino pieno di libri che lui non legge. Tommaso scrive breve, senza emoticon, come un piccolo adulto che ha già capito che ogni parola in più è una debolezza.

*Ci sarà,* risponde Lorenzo. *Se non c’è te lo dico.*

Resta con il telefono in mano un secondo di troppo, poi torna al portatile. Scrive una riga, la lascia lì.

*Grazie per la risposta. Se succede di nuovo magari ci avvisiamo.*

La rilegge e gli sembra ancora una richiesta di più, non una semplice proposta. Aggiunge: *Buona serata.*

Si ferma. Con quel “buona serata” sta facendo quello che fa sempre: rendere una cosa più difficile leggera, come se bastasse un saluto a normalizzare. È così che si infila nelle crepe e poi, quando qualcuno gli chiede di stare fermo in un posto scomodo, scivola via.

Lascia la mail senza inviarla. Chiude il portatile. Questa volta non lo riapre.

Va in bagno a lavarsi i denti. Davanti allo specchio, con lo spazzolino in bocca, vede la barba che è esattamente quella di sempre. Si passa una mano sulla guancia, il pelo graffia i polpastrelli. Si guarda gli occhi e non trova niente di speciale.

Quando torna in soggiorno il telefono vibra ancora. Non è Tommaso. È Silvia.

Risponde al terzo squillo, con una voce che prova a essere normale.

«Dimmi.»

«Domani mattina puoi passare dal supermercato e prendere due cose per Tommi?» Silvia parla come se stesse dettando. «Gli servono le pastiglie per la gola e il collutorio che usa lui, quello… come si chiama…»

«Va bene.»

«E giovedì, se ci sei, portalo tu in anticipo. Alle cinque e un quarto. Ho una call.»

Lorenzo appoggia il gomito sul tavolo e sente il freddo del legno anche attraverso la manica. «Giovedì alle cinque e un quarto. Ok.»

«Grazie.»

È un grazie vero, piccolo e preciso, ed è quello che gli resta addosso quando la chiamata finisce.

Il martedì e il giovedì. Due ore e qualcosa, sempre uguale. Non perderle, pensa. E si mette a preparare il caffè come se fosse un gesto utile, come se cambiasse qualcosa.

***

Martedì arriva alla palestra venti minuti prima.

Non perché abbia un motivo. Perché la strada era libera e perché a casa sua, quando Tommaso non c’è, il tempo si dilata e poi si accartoccia tutto insieme. Ha preso Tommaso da scuola, l’ha visto uscire con la felpa della squadra addosso anche se non serviva, gli ha detto “Ciao” con quel tono di chi si protegge, e poi sono stati in macchina a parlare del nulla.

Ora parcheggia vicino alla recinzione, dove la ghiaia è più grossa e si sente sotto le gomme come un rumore di ossa. Spegne il motore ma lascia il quadro acceso, il riscaldamento ancora tiepido soffia.

Tommaso è già sul telefono, pollice che scorre, spalle strette contro lo schienale.

«Siamo in anticipo?» chiede senza guardarlo.

«Sì. Cinque minuti.»

«Ok.»

Lorenzo si sfila i guanti, se li mette in tasca, poi li riprende e se li rimette. Le dita gli fanno male per il freddo quando restano scoperte, ma con i guanti ha meno controllo su ogni cosa, persino sul telefono.

Guarda verso l’atrio: la luce al neon disegna un rettangolo pallido sul parcheggio. Un lampione è spento, come sempre. Ci sono poche macchine, le solite sagome che ha imparato a riconoscere per abitudine più che per interesse.

E poi vede lei.

Non è difficile. È alta, sta dritta anche quando non serve, e ha i capelli scuri corti che riflettono la luce dell’ingresso. È accanto a una utilitaria chiara, sta mettendo qualcosa nel bagagliaio. La ragazza con lei — Matilde, l’aveva sentito dire la volta scorsa da una bambina, o forse aveva letto il nome sull’elenco accanto al contatto — si muove nervosa, una coda che si sistema e si scioglie.

Irene Vitali si chiude il giaccone fino al mento e per un attimo si guarda intorno come se stesse cercando un punto dove appoggiarsi.

Lorenzo sente una spinta nello stomaco che non è eccitazione. È il riflesso di quando riconosci qualcuno e lui non ti ha ancora visto.

Potrebbe restare dov’è. Sarebbe la cosa normale. L’ha già fatto: l’ha guardata una volta e poi le ha scritto una mail come se non l’avesse guardata.

Tommaso alza gli occhi dal telefono. «Papà, andiamo?»

«Tra un minuto.»

Lorenzo apre la portiera e il freddo gli entra subito nei pantaloni, netto. La ghiaia è umida, scivola un po’ sotto le scarpe. Si sente goffo. Si tira su il colletto del giaccone buono — quello “l’unico pulito”, se glielo chiedessero — e comincia a camminare verso l’atrio.

Non sta andando da lei, si dice. Sta andando dentro.

Ma la traiettoria lo porta a passarle vicino. Più si avvicina, più i dettagli diventano precisi: le mani di Irene, senza guanti, dita lunghe un po’ arrossate; il modo in cui la figlia tiene la borsa sportiva come se pesasse più del necessario; il profilo della fede che luccica sul dito di Irene quando chiude il bagagliaio.

La fede lo colpisce come un dato che doveva già sapere ma che adesso è visibile.

Irene alza lo sguardo. Lo vede. Non sembra sorpresa, solo attenta. Non sorride, però non si chiude.

Lorenzo si ferma a una distanza che non è intima e non è sicura: troppo vicina per fingere di non essersi riconosciuti, troppo lontana per essere già una conversazione.

«Buonasera,» dice. Si sente ridicolo, come se stesse entrando in un negozio.

Lei annuisce. «Buonasera.»

La voce è bassa, controllata. Non gli dà appigli.

«Sono…» Lorenzo fa un gesto inutile con la mano, come se ci fosse bisogno. «Il papà di Tommaso. Ti ho scritto l’altra sera.»

«Sì.» Irene lo guarda, poi sposta lo sguardo verso l’atrio dove stanno entrando altri ragazzi. «Ho visto. Scusa se ho risposto tardi.»

«No, figurati. Anzi, grazie. Era solo per capire se…» Si interrompe. Sta per fare una battuta sul “giallo Ranieri” e si morde la lingua. «Se avevate saputo qualcosa.»

Matilde, accanto alla madre, li guarda senza nessuna discrezione. Lorenzo le sorride d’istinto. Lei non ricambia, non per cattiveria: per concentrazione. Sta catalogando.

Irene posa una mano sulla spalla della figlia, un contatto breve, come un richiamo. «No, niente. Nemmeno oggi mi ha scritto nessuno. Però almeno stavolta è aperto.»

«Già.» Lorenzo sente il freddo entrare attraverso le suole. Si accorge che sta sfregando il pollice contro l’indice dentro il guanto, un movimento piccolo, nervoso.

Tommaso arriva dietro di lui, zaino in spalla. Non saluta Irene, non saluta Matilde. Si ferma a mezzo passo dal padre e aspetta.

«Ciao,» dice Lorenzo a Tommaso, più per metterlo in scena che per salutarlo davvero. «Loro sono Irene e…»

«Matilde,» dice la ragazzina, prima che la madre possa farlo. Lo dice come se stesse correggendo un errore.

«Matilde,» ripete Lorenzo. «Lui è Tommaso.»

Tommaso fa un cenno con la testa, un saluto minimo. Irene lo guarda un attimo, poi torna su Lorenzo.

Il silenzio che segue è breve ma pieno. Lorenzo sente il suo corpo cercare una via d’uscita: una frase, una leggerezza, qualcosa che non obblighi nessuno a restare.

«Io di solito…» dice, e si accorge che sta dicendo *io* come se dovesse giustificarsi. «Sto qui in macchina. Se dovesse succedere di nuovo che chiudono all’ultimo… magari ci avvisiamo, così.»

Irene lo fissa un secondo. Poi annuisce piano. «Sì, certo.»

«Perfetto.»

È un accordo così piccolo che potrebbe non essere niente. Eppure Lorenzo sente che, detto ad alta voce, esiste.

Irene si sposta appena di lato per lasciare passare i ragazzi verso l’ingresso. Quando si muove, il giaccone si apre un po’ e lui vede la sciarpa chiara, le fibbie di una borsa buona. È vestita come se dovesse andare da qualche altra parte dopo, o prima.

«Allora… buona palestra,» dice lui, e questa volta la frase gli esce come una resa.

«Buona serata,» risponde lei, e c’è una cortesia che sembra costruita ma non falsa.

Lorenzo si gira verso Tommaso. «Andiamo.»

Dentro, l’atrio odora di disinfettante e caffè stantio. Il barista magro con l’orecchino è al bancone e sta sistemando le bottigliette nel frigo con movimenti lenti. Lorenzo accompagna Tommaso fino al corridoio degli spogliatoi, poi si ferma perché oltre non può.

Tommaso si sistema lo zaino sulla spalla senza guardarlo.

«Tutto ok?» chiede Lorenzo.

«Sì.»

«Sei sicuro?»

Tommaso lo guarda finalmente, per un attimo. Ha gli occhi della madre, quella cosa diretta che Lorenzo non sa mai dove mettere.

«Perché parli con quella mamma?»

La domanda è secca. Non c’è malizia, c’è fastidio.

Lorenzo sente la risposta pronta — *perché è normale, perché siamo genitori, perché…* — e sente anche la tentazione di scherzarci sopra. Gli viene in mente una frase tipo *sto cercando di farmi nuovi amici*.

Non la dice.

«Perché l’altra volta non si capiva niente,» risponde. «E lei mi ha risposto alla mail. È stata gentile.»

Tommaso stringe le labbra. «Ok.»

«È ok davvero o mi stai dicendo ok per chiuderla?»

Tommaso scuote la testa, già in movimento verso la porta. «Lascia stare.»

E se ne va.

Lorenzo resta fermo nel corridoio con le mani in tasca. Sente il rumore dei palloni dall’altra parte della tenda a rullo, le urla degli allenatori che rimbalzano nel prefabbricato come in una scatola di plastica.

Va al distributore. Inserisce le monete una a una, il metallo freddo gli punge i polpastrelli attraverso il guanto. Quando il bicchiere di carta cade e si riempie di liquido scuro, il vapore è quasi impercettibile.

Prende il caffè e torna verso l’uscita, perché non ha voglia di stare in mezzo agli altri genitori. In macchina, con il finestrino appannato, il parcheggio diventa un acquario opaco.

Si siede, appoggia il bicchiere nel portabicchieri e si scalda le mani intorno. Il cartone è troppo sottile, brucia un po’. È una sensazione che gli piace: un dolore piccolo che tiene ancorato.

Guarda fuori. Irene è rimasta vicino all’atrio, non è salita subito in macchina. Ha il telefono in mano, le spalle leggermente curve adesso che non parla con nessuno. Matilde è entrata, la vede sparire nel corridoio senza voltarsi.

Lorenzo potrebbe pensare a Silvia, al supermercato domani, ai conti sul tavolo. Invece resta a guardare Irene finché lei non alza la testa e, per caso o per istinto, guarda verso il parcheggio.

Lorenzo abbassa gli occhi sul volante, come un ragazzino. Si sente stupido e non smette.

Il telefono vibra.

È un messaggio di Silvia: *Giovedì allenamento spostato. Mi hanno scritto ora. Non qui. Ti chiamo.*

Lorenzo sente un colpo secco, come se qualcuno gli avesse tolto una sedia da sotto senza far rumore. Giovedì è una delle sue due ore. Se lo spostano e non coincide con il lavoro, se è in un altro posto, se cambia tutto— il pensiero corre avanti e si impiglia.

Risponde: *Dove?*

Tre puntini. Poi la chiamata entra subito dopo, senza attesa.

«Dimmi,» dice Lorenzo, ma la voce gli esce più tesa di quanto vorrebbe.

«Allora,» fa Silvia, e sta già scorrendo informazioni. «Giovedì i maschi vanno al palazzetto dell’istituto tecnico, dall’altra parte della tangenziale. Dalle sei alle otto.»

«Dalle sei alle otto?» ripete Lorenzo. Nella testa gli si accendono le mappe, gli incastri con il lavoro, con la cena, con tutto. «E qui chi si allena?»

«Le femmine credo. Hanno tenuto loro.» Silvia parla come se fosse ovvio che qualcuno debba perdere e qualcuno debba avere.

Lorenzo guarda fuori. Irene è ancora lì, col telefono in mano, e non parla con nessuno. È ferma sotto il neon dell’ingresso, come se aspettasse un segnale che non arriva.

«E da quando lo sapevano?» chiede Lorenzo.

«Non lo so. Mi hanno scritto adesso. L’ho visto perché avevo il telefono in mano.» Pausa breve. «Tu riesci a portarlo? Perché alle sei io sono ancora al lavoro, giovedì.»

Lorenzo sente il corpo irrigidirsi. È la domanda che conta, quella che decide se lui continuerà ad avere quel martedì e quel giovedì o se diventeranno un favore che gli concedono.

«Sì,» dice. «Sì, lo porto io.»

«Ok. Allora giovedì lo prendi tu da scuola direttamente.»

«Va bene.»

Silvia sospira, un suono che potrebbe essere stanchezza e potrebbe essere altro. «Grazie.»

Quando chiude, Lorenzo resta con il telefono in mano. Il caffè nel portabicchieri ha smesso di fumare.

Irene si infila una mano in tasca e con l’altra fa scorrere il telefono come se stesse cercando qualcosa. Forse un messaggio dell’allenatore, forse una chiamata del marito, forse niente. Lorenzo non lo sa e proprio perché non lo sa lo riempie di ipotesi.

Si accorge che ha ancora aperta la chat con Silvia e sotto, nelle mail, l’ultimo scambio con Irene. La frase che aveva scritto e non inviato l’altra sera gli torna in mente: *magari ci avvisiamo.*

Adesso avrebbe un motivo vero. Un motivo pratico. Eppure la mano gli resta ferma.

Guarda il parabrezza, poi di nuovo lei. Irene si gira come per rientrare nell’atrio, e per un secondo sembra che il suo passo esiti, come se stesse decidendo se restare fuori o andare dentro.

Lorenzo apre la mail sul telefono. Il pollice scorre sulla tastiera.

*Buonasera, mi ha appena scritto la società: giovedì i maschi sono spostati al palazzetto dell’istituto tecnico, 18-20. Non so se riguarda anche voi, ma magari conviene controllare prima di venire qui.*

Si ferma prima di premere invio. Rilegge. È tutto normale. È tutto utile. È tutto quello che si sono detti.

Eppure è anche un filo tirato.

Fuori, Irene entra nell’atrio e la porta di vetro si richiude alle sue spalle, lasciando il parcheggio ancora più buio. Lorenzo resta seduto in macchina con il telefono in mano, il pollice sospeso sopra il tasto, e si accorge che sta trattenendo il fiato come se da quella pressione dipendesse qualcosa che non ha un nome.

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