Mai ScrittoFase 1
Recupero

I

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Irene arriva alle diciassette e venti e resta in macchina.

Lo fa sempre. Ha imparato che se entra prima degli altri le tocca stare in piedi nell'atrio a fissare il calendario plastificato oppure sedersi al bar da sola, e tutte e due le opzioni la fanno sentire come se stesse aspettando qualcosa. Così aspetta in macchina, che è diverso. In macchina si aspetta per motivi pratici.

Prende il telefono e scorre i messaggi di lavoro a cui non ha risposto durante la giornata. Ce n'è uno di Federica, la sua responsabile, che le chiede di richiamarla domani. Ce n'è uno di Paolo che dice *porto io Matilde stasera, sei già lì?* e al quale ha risposto *sì* tre ore prima. Ce n'è uno di sua sorella che manda una foto di un divano e vuole sapere se è troppo grande per il suo salotto.

Risponde a sua sorella con un punto interrogativo che significa *dipende da quanto è grande il salotto*, e rimette il telefono in tasca.

Fuori c'è buio. Sono le cinque e venti di novembre e il parcheggio è già quello di un posto che sta per chiudere — la ghiaia bagnata, un lampione su due che funziona, la luce al neon dell'atrio che filtra attraverso la porta a vetri. Tre macchine oltre alla sua, tutte arrivate insieme dieci minuti prima. Irene non conosce i genitori dei compagni di Matilde, non ancora, è il primo anno qui. Li riconosce dalle macchine.

Scende a diciassette e ventotto.

L'atrio odora di cloro anche se la piscina è dall'altra parte della città. È una cosa che Irene non riesce a spiegarsi e che l'ha intrigata la prima settimana, finché ha capito che era solo il disinfettante dei pavimenti. Il bar ha già le sedie sui tavolini meno uno, e il ragazzo dietro al bancone — magro, con un orecchino — sta contando le monete del cassetto con l'aria di chi vuole andare a casa.

Matilde è già dentro con le altre. Irene lo sa perché ha accompagnato lei e non ha bisogno di controllare, eppure guarda lo stesso verso il corridoio che porta agli spogliatoi.

Si siede al tavolino libero e ordina un caffè che non vuole.

Sono le diciassette e trenta.

***

I ragazzi escono alle diciassette e quarantasei.

Irene sente prima il rumore — voci, il cigolio di una porta — e poi li vede entrare nell'atrio a piccoli gruppi, con le borse sportive a tracolla e le giacche aperte. Troppo presto. Troppo presto di molto.

Matilde è fra le ultime, i capelli sciolti dalla coda e ancora umidi agli angoli. Tiene la borsa con una mano sola e trascina un po' i piedi, che è una cosa che fa quando è delusa. Irene la conosce da undici anni: sa distinguere la stanchezza dalla delusione da un metro di distanza.

«Allenamento finito?»

«Non è neanche iniziato.» Matilde lascia cadere la borsa vicino alla sedia. «Il campo è chiuso. L'allenatore non c'è.»

«Chiuso come?»

«Non lo so, mamma. Chiuso. Ci hanno detto di tornare a casa.»

Una delle altre madri — capelli rossi, piumino verde — si avvicina con il telefono in mano. «Qualcuno ha notizie? Ho chiamato Ranieri ma non risponde.»

Ranieri deve essere l'allenatore. Irene non lo ha ancora incontrato, ha visto solo la schiena la settimana scorsa attraverso la tenda divisoria. Scuote la testa.

«Nemmeno io.»

La madre dai capelli rossi scrolla le spalle e porta via sua figlia verso l'uscita. Le altre famiglie si radunano, si smistano, spariscono in due minuti. L'atrio torna quasi vuoto.

Matilde guarda sua madre con quell'espressione che ha preso da qualcuno — da chi, Irene non l'ha mai capito — di aspettativa silenziosa.

«Posso venire con te a prendere la macchina?»

«La macchina è qui fuori.»

«Sì ma voglio venire con te.»

Irene la guarda. Undici anni, le ginocchia sbucciate anche sotto i leggins, una macchia di gesso sul polso che non ha ancora capito da dove venga. «Vieni.»

***

Nel parcheggio c'è ancora qualche macchina. Irene apre il cofano per far mettere la borsa a Matilde, e mentre lo fa sente una voce dall'altra parte della fila — un uomo, al telefono, il tono di chi sta spiegando una cosa che non vuole spiegare.

«Sì, lo so. No, non lo sapevo neanche io, Silvia.»

Si ferma con una mano sul cofano.

L'uomo è appoggiato a un'utilitaria grigia, il telefono all'orecchio, il giaccone abbottonato fino in cima. Accanto a lui c'è un ragazzo alto — dodici anni forse, spalle strette, la felpa della squadra — che finge di guardare altrove. L'uomo ha la barba di tre giorni, capelli scuri, e parla sottovoce in un modo che non abbassa il volume abbastanza.

«Te lo dico io quando lo so. Sì. Ciao.»

Abbassa il telefono. Il ragazzo non si gira.

Irene chiude il cofano.

«Mamma, possiamo fermarci dalla nonna?»

«No.»

«Perché?»

«Perché la nonna sta a quaranta minuti.» Irene apre lo sportello dal lato di Matilde. «Sali.»

Ma Matilde non sale subito. Guarda verso l'utilitaria grigia con quella sua abitudine di guardare le cose come se stesse raccogliendo informazioni per un rapporto.

«Quello è il papà di Tommaso.»

«Chi è Tommaso?»

«Sta nella squadra di mio fratello.» Matilde si interrompe. «Cioè, nella squadra dei maschi. Non ho un fratello.»

«Lo so che non hai un fratello.»

«Volevo dire quelli più grandi.»

Irene la guarda finché non sale in macchina, poi chiude lo sportello. Quando si raddrizza, l'uomo dall'altra parte del parcheggio sta rimettendo il telefono in tasca. Il ragazzo gli ha detto qualcosa che Irene non sente, e lui ha scrollato le spalle con un gesto che potrebbe essere tranquillizzante oppure evasivo, non si capisce da questa distanza.

Irene sale in macchina.

***

Parte, gira sul vialetto di uscita, si ferma perché c'è una macchina che entra. Mentre aspetta, guarda nello specchietto retrovisore il parcheggio che si svuota. L'utilitaria grigia è ancora lì. L'uomo — il padre di Tommaso, ha detto Matilde — è ancora fuori, appoggiato alla fiancata, mentre il ragazzo è già dentro.

Poi la macchina davanti a lei passa e Irene esce.

Fa trecento metri sulla strada principale, si ferma al semaforo. Matilde ha preso il telefono e sta scrivendo a qualcuno. La luce rossa dura.

«Mamma, c'è la palestra domani?»

«Domani è venerdì. La palestra è il martedì e il giovedì.»

«E giovedì prossimo ci sarà?»

«Non lo so.»

«Se non ci sarà cosa faccio?»

La luce diventa verde. Irene riparte.

«Non lo so ancora, Matilde.»

***

A casa, Paolo non c'è. C'è un messaggio sul telefono — *riunione, torno per le otto, metti su qualcosa* — e la cucina che sa di caffè vecchio. Irene appende la giacca, mette l'acqua sul fuoco, sente Matilde che apre e chiude il frigorifero due volte senza prendere niente.

«C'è il prosciutto.»

«Non voglio il prosciutto.»

«C'è anche il formaggio.»

Matilde torna in cucina con un'arancia e si siede al tavolo a sbucciarla. Irene la guarda fare mentre aspetta che l'acqua bolla, e per un momento pensa alla faccia del ragazzo nel parcheggio — Tommaso — che guardava da un'altra parte mentre suo padre parlava al telefono.

Poi pensa all'uomo con il giaccone abbottonato, alla voce che diceva *lo so, lo so* nel tono di chi non lo sa affatto.

Poi smette di pensarci.

Poi ci ripensa.

***

Dopo cena, Matilde a letto, Paolo sul divano con il computer sulle ginocchia, Irene lava i piatti e controlla le email sul telefono appoggiato alla mensola. C'è ancora il messaggio di Federica che aspetta. Ce ne sono due di lavoro che può rimandare a domani. Ce n'è uno senza oggetto da un indirizzo che non riconosce, arrivato alle diciotto e dodici.

Lo apre.

*Buonasera — scusa il mezzo, ho trovato il contatto nell'elenco della scuola. Sono il padre di Tommaso Tessari, mio figlio è nella squadra dei maschi. Cercavo qualcuno che sapesse qualcosa dell'allenamento di stasera. Hai notizie? Grazie, Lorenzo Tessari.*

Irene resta ferma con le mani nell'acqua dei piatti e il telefono appoggiato alla mensola e l'email aperta.

Dal divano Paolo dice qualcosa sul meteo del fine settimana, qualcosa sull'autostrada, qualcosa su un pranzo con sua madre. Irene risponde *sì* senza sapere a cosa, sciacqua l'ultimo bicchiere, lo appoggia sulla rastrelliera.

Poi asciuga le mani, prende il telefono, rilegge l'email da capo.

L'elenco della scuola. Non della palestra — della scuola. Tommaso e Matilde devono frequentare lo stesso istituto. È una cosa plausibile, una cosa normale, il tipo di cosa che succede quando si abita in una città piccola e i bambini hanno la stessa età. Non c'è niente di strano.

Irene digita: *Nessuna notizia, mi dispiace. Anche nostra figlia era lì.*

Cancella *nostra*.

Digita: *Nessuna notizia. Anche mia figlia era lì.*

Cancella anche quello.

Digita: *Nemmeno io ho saputo niente. Spero si chiarisca per giovedì prossimo.*

Lo manda prima di poterci ripensare.

Poi mette il telefono a faccia in giù sul piano della cucina e torna in salotto da Paolo.

Capitolo scritto da

Claude Sonnet 4.6

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Lente

attesa