II
Stesura abbandonata. Niente di quello che succede qui è accaduto nel romanzo che si legge adesso. Vai al romanzo
Arden non rispose subito alla domanda di Tovek. Nella taverna di Castre il caldo del fuoco era grasso, carico di fumo e di odori di carne cotta; la luce tremava sulle facce e rendeva ogni sguardo più lungo del necessario.
«Dipende da cosa intendi per “con me”», disse Arden infine. La voce gli uscì bassa, come se le pareti potessero ascoltare e riferire. «Io vado a Varech comunque. Non mi serve una scorta. Non mi serve un compagno. Mi serve solo che tu non mi rallenti.»
Tovek fece un mezzo sorriso, ma gli occhi restarono tesi. «E a me serve non arrivarci morto.»
Arden lo studiò: mani pulite per uno che aveva camminato due giorni, tagli piccoli sulle nocche come di chi aveva scavato tra pietre o aperto serrature. Aveva l’aria di uno che per sopravvivere aveva imparato a essere leggero, ma quella leggerezza aveva un prezzo: bastava un uomo più deciso per trasformarla in fragilità.
«Non ti conosco», disse Arden.
«Meglio così. Non sei costretto a fingere di fidarti.»
Arden sentì la borsa sotto la tunica come un’assenza. Non peso: un vuoto che il corpo riconosceva. Da quando Tovek aveva pronunciato “La Porta si è aperta”, quell’assenza sembrava più vicina alla pelle.
«Parto all’alba», disse. «Se vuoi venire, vieni. Se non vuoi, non venire. Ma se vieni, ascolti.»
Tovek inclinò la brocca e si versò il fondo. «All’alba», ripeté, come se stesse mettendo un sigillo su una promessa che non era contento di fare. Poi, dopo una pausa: «E se qualcuno ci segue?»
«Allora muore», disse Arden, e non era una minaccia: era il modo più semplice che conosceva di tenere il mondo in ordine.
Tovek abbassò lo sguardo sul tavolo, sul bordo scheggiato del legno, e Arden capì che quella domanda non era teorica. Che “qualcuno” aveva già un nome.
Il rumore della porta della taverna che si apriva gli arrivò come una variazione nell’aria, più che come suono. Arden voltò la testa appena.
Entrò un Khar.
Non uno di quelli che facevano paura perché cercavano di farne: questo faceva paura perché non aveva bisogno di provarci. Era largo di spalle, la pelle scura screpolata dal freddo e dalla polvere, e portava strumenti: aste di metallo, corde con nodi regolari, una tavoletta cerata piena di segni. Una vita di scavo gli aveva lasciato le mani rovinate come rocce, ma il passo era deciso, non inciampava tra panche e piedi.
Il Khar non guardò subito Arden. Guardò il fuoco, il soffitto annerito, le pareti come se cercasse crepe antiche in un edificio troppo giovane. Poi lo sguardo gli cadde sul tavolo, e Arden sentì — senza sapere come — che la parola *Porta* era arrivata alle orecchie sbagliate.
«Varech», disse il Khar, senza chiedere permesso. La sua voce era roca, come se avesse respirato sabbia per anni. «Ho sentito quel nome.»
Tovek irrigidì appena. Arden rimase fermo.
«Non so di cosa parli», disse Tovek, ma lo disse troppo in fretta.
Il Khar fece un gesto lento, come a mostrare che non era lì per prendere a pugni nessuno. «Non mi interessa la tua bugia. Mi interessa il pianoro. Mi interessa la Porta.»
Arden vide lo sguardo di Tovek scattare, rapido: calcolo. Paura. La ricerca di una via d’uscita non fisica, ma sociale. Se quest’uomo parlava così in pubblico, non era un ladro qualunque.
«Chi sei?» chiese Arden.
Il Khar esitò, e per un attimo sembrò quasi offeso dall’idea che il suo nome non fosse noto. «Haldric», disse. «Ho dedicato quarant’anni alle rovine degli Antichi. Quarant’anni a sentirmi dire che Varech è una leggenda buona per attirare pellegrini e truffatori. Poi, tre notti fa, i miei strumenti hanno…» Si interruppe, serrando la mascella, come se la frase successiva fosse un segreto tenuto troppo a lungo. «Ho ragione di credere che qualcosa sia cambiato.»
Tovek si sporse, controvoglia interessato. «Strumenti.»
Haldric batté due dita sulla tavoletta cerata. «Rilevamenti. Misure. Non ho bisogno del tuo rispetto. Ho bisogno di arrivarci prima che ci arrivino altri.»
Arden fece un mezzo passo col pensiero. *Prima che ci arrivino altri.* Quindi non era solo una curiosità: era una corsa.
«Non andiamo in gruppo», disse Arden. Era una frase che gli usciva con naturalezza, come un riflesso che ti salva la vita.
Haldric lo fissò. Aveva occhi piccoli, infossati, bruciati di ostinazione. «Non ti ho chiesto di essere amico. Ti ho chiesto di non essere stupido. Se la Porta si è aperta dopo trecentododici anni, non è un fatto che resterà vostro. Ci sono famiglie che comprano notizie come si compra grano. Ci sono ordini che uccidono per le notizie. Ci sono città che mandano soldati per le notizie.»
Tovek fece un rumore breve, come un colpo di tosse. «Che ordini?»
«Quelli che preferiscono che certe cose restino chiuse», disse Haldric. «Quelli che preferiscono essere i primi a scrivere la versione ufficiale.»
Arden sentì il fuoco crepitare più forte. La taverna, intorno, continuava a vivere: risate, un bicchiere rotto, un uomo che cantava troppo piano per farsi cacciare. Ma al loro tavolo l’aria era diventata più sottile.
«Tu non mi conosci», disse Arden a Haldric. «Non sai cosa porto. Non sai perché vado.»
«Lo so abbastanza», rispose Haldric, e gli occhi gli scesero un istante sotto la linea del petto di Arden, come se avesse visto, o immaginato, la borsa sotto la tunica. «Hai il passo di uno che fa consegne che non ama raccontare.»
Arden sentì un impulso: alzarsi e andarsene adesso, nel mezzo della sala. Ma sapeva leggere i rischi: muoversi in quel modo attirava l’attenzione. E in quel momento l’attenzione era una moneta, e qualcuno la stava spendendo.
Tovek si schiarì la gola. «Se vieni», disse a Haldric, «vieni per stare zitto. E vieni perché sai qualcosa di utile. Non perché vuoi un pubblico.»
Haldric aprì la bocca, poi la richiuse. Accettò il compromesso come si accetta di scendere in una galleria troppo stretta: con disgusto, ma senza alternative.
«All’alba», disse Arden, e questa volta lo disse a entrambi. «Fuori dalla città. Non al portone. Non sulla strada principale.»
Tovek annuì. Haldric annuì dopo un battito di ciglia, come se fosse abituato a essere lui a dettare le condizioni.
Arden si alzò per primo. Non guardò più nessuno del necessario mentre attraversava la sala. Uscì.
Fuori, Castre era un nodo di case basse costruite su pietre più antiche di quanto le persone volessero ammettere. Le fondamenta avevano curve che non erano del tutto naturali, come vertebre lisciate dal tempo. Arden le aveva viste altrove: nelle città grandi, si chiamavano “colline”. Qui, in un posto troppo piccolo per permettersi le bugie, si chiamavano “ossa”.
L’aria notturna era fredda e pulita, e quel pulito lo fece pensare, controvoglia, all’odore che Tovek aveva descritto vicino alla Porta. *Come dopo un temporale che non era ancora caduto.*
Arden si tirò su il cappuccio. Aveva bisogno di comprare due cose: una corda nuova e del sale. Aveva anche bisogno di capire se era già osservato.
Nel mercato chiuso, tra bancarelle coperte da teli, vide una figura che si muoveva senza esitazione, come se conoscesse ogni ombra. Alta. Pallida. I capelli scuri tagliati corti le lasciavano il collo scoperto, e sul collo c’era una linea sottile, quasi una bruciatura guarita male.
La donna — una Veyr, pensò Arden, e la cosa lo colpì perché i Veyr a Castre si vedevano poco — si fermò davanti a una bancarella di erbe. Parlò con l’uomo che dormiva dietro, lo svegliò senza gentilezza. Arden non udì le parole, ma vide la mano della Veyr tremare appena quando ricevette un sacchetto.
Poi la Veyr alzò lo sguardo.
Non verso Arden. Verso l’imbocco della via principale, dove due uomini stavano parlando con il guardiano notturno. Arden vide i loro mantelli troppo puliti per essere viandanti. Vide il modo in cui stavano fermi: non il riposo di chi aspetta, ma la pazienza di chi caccia.
La Veyr rimase immobile un istante, come se ascoltasse una musica lontana che gli altri non sentivano. Poi si mosse, e invece di allontanarsi si avvicinò ai due uomini. Arden la seguì con lo sguardo, ma senza muoversi: un predatore non corre verso ogni rumore.
Quando fu abbastanza vicina, la sentì parlare.
«Cercate qualcuno», disse la Veyr. La voce era calma, ma c’era dentro un taglio.
Uno dei mantelli la guardò dall’alto in basso. «Affari nostri.»
«Se sono affari vostri», disse lei, «perché chiedete a un guardiano che non sa nulla?»
Il guardiano fece un mezzo gesto irritato. «Non voglio problemi.»
L’altro mantello sorrise. «E noi non vogliamo darti problemi. Cerchiamo un uomo. Comune. Trentaquattro anni, più o meno. Si chiama Tovek.»
Il nome cadde nell’aria come una pietra. Arden sentì la nuca contrarsi.
La Veyr non mostrò sorpresa, ma gli occhi le si strinsero di un grado. «E perché lo cercate?»
«Perché deve tornare da chi lo aspetta», disse il mantello. «E perché deve portare qualcosa che non è suo.»
Arden non attese oltre. Si voltò e prese la via stretta dietro il mercato, veloce ma non di corsa. Se i cacciatori avevano già un nome, avevano anche una descrizione, e Tovek era l’uomo più facile da descrivere del mondo.
Rientrò nella taverna dal retro, passando vicino alle cucine. Trovò Tovek che stava infilando qualcosa nella borsa di documenti con la goffaggine di chi ha le mani troppo veloci per essere precise.
«Ci cercano», disse Arden.
Tovek impallidì senza perdere colore. «Chi?»
«Gente con mantelli puliti», disse Arden. «Che fa domande usando il tuo nome.»
Haldric era vicino alla porta, come se avesse previsto che la cosa più interessante sarebbe arrivata da lì. «Drennak», disse, e non era una domanda.
Tovek lo fissò. «Tu…»
«Non conosco Drennak», disse Haldric. «Conosco il modo in cui certe persone mandano a prendere ciò che considerano loro. Non arrivano con dieci uomini. Arrivano con due. E poi con altri dieci se serve.»
Tovek deglutì. «Non sono qui per me», disse. «Sono qui per—»
«Per la borsa», finì Arden.
Tovek non negò. La negazione sarebbe stata inutile.
Arden guardò verso la sala principale. Troppa gente. Troppi occhi. Se scappavano adesso, i due mantelli li avrebbero seguiti come segugi. Se restavano, i due mantelli avrebbero chiamato rinforzi e la taverna sarebbe diventata una gabbia con spettatori.
«Indietro», disse Arden. «Passiamo dai vicoli. Niente strada principale.»
Haldric annuì già in movimento. Tovek esitò mezzo battito di cuore — quel mezzo battito in cui si decide se vivere o morire — poi afferrò la borsa e seguì.
Uscirono dal retro, tra cataste di legna e secchi. Arden guidò nel buio, e lì la sua razza era un vantaggio che non aveva mai imparato a considerare un dono: vedeva ogni dislivello, ogni pietra, ogni filo di fumo che usciva dalle case. Si muovevano in una rete di vicoli dove l’odore di urina e di cenere copriva quello della paura.
Non fecero dieci passi prima che Arden sentisse un rumore dietro: non passi, ma un contatto leggero, come tessuto che sfrega sul muro.
«Ci seguono», sibilò Tovek.
«Lo so», disse Arden.
Svoltò bruscamente a sinistra, in un vicolo che finiva contro un cortile chiuso. Una trappola, per chi non vedeva al buio: sembrava un errore. Arden contava sull’errore.
«Su», disse ad Haldric, indicando una scala di legno che portava a un ballatoio. Il Khar non fece domande: afferrò il corrimano e salì con una forza che fece gemere il legno.
Arden si fermò alla base, spalle contro il muro, e tirò fuori il coltello. Non gli piaceva combattere in città: troppi angoli, troppi civili. Ma non aveva scelto la situazione.
I due mantelli entrarono nel vicolo senza affrettarsi. Uno portava una lama corta, l’altro non mostrava armi. Il secondo aveva gli occhi di chi contava i respiri.
«Tovek», disse quello senza lama. «Non devi complicare una cosa semplice.»
Tovek era a metà scala, congelato tra il desiderio di correre e quello di non fare rumore. Arden gli fece un gesto breve: *continua*.
Il mantello con la lama vide Arden e si fermò. «E tu chi sei?»
Arden non rispose.
L’uomo con la lama avanzò lo stesso. Arden attese che fosse abbastanza vicino da dover scegliere. Quando l’uomo colpì, Arden deviò la lama e gli piantò il gomito nel volto con un movimento secco. Sentì cartilagine cedere. L’uomo indietreggiò, ma non cadde: era allenato. Rispose con un colpo basso, cercando l’addome.
Arden si spostò di mezzo passo, abbastanza da evitare la punta, non abbastanza da evitare un taglio. Il metallo gli aprì la tunica e la pelle sotto. Il dolore arrivò come un fiato caldo.
Arden ringhiò e colpì al polso. La lama cadde e tintinnò sulle pietre.
Il secondo mantello si mosse allora, veloce, e Arden capì perché non mostrava armi: non ne aveva bisogno. Tirò fuori qualcosa che sembrò un sacchetto, lo schiacciò, e nell’aria esplose una polvere fine.
Arden chiuse gli occhi per istinto, ma era tardi. Sentì il bruciore entrare nelle narici, un sapore amaro che graffiava la gola. Tossì, e il mondo si inclinò per un momento, come se la gravità avesse cambiato idea.
Sul ballatoio, Haldric imprecò e scese due gradini, poi si fermò: non vedeva bene nel buio come Arden, ma vedeva abbastanza da capire che il problema non era solo una lama.
Tovek scattò verso l’alto, approfittando dell’attimo. Il mantello senza lama lo vide e fece per seguirlo, ma Arden gli si buttò addosso, trascinandolo contro il muro. La testa dell’uomo colpì la pietra con un suono sordo.
Arden sentì le gambe pesanti. La polvere lo stava prendendo, lenta ma insistente, come neve che si deposita.
E allora la Veyr comparve all’imbocco del vicolo.
Non era un’apparizione: era una scelta. Entrò come se avesse già deciso di non tornare indietro. Aveva gli occhi fissi sulla scena, e sul viso c’era una stanchezza antica che non combaciava con la sua età.
Vide Arden barcollare. Vide il mantello con il volto sanguinante rialzarsi, raccogliere la lama. Vide il secondo che spingeva Arden contro il muro, cercando di tenerlo fermo.
La Veyr alzò una mano.
Non pronunciò parole. O se le pronunciò, Arden non le udì, perché in quel momento l’aria cambiò consistenza.
Il fuoco delle finestre vicine — candele, bracieri — vacillò insieme, come se una mano invisibile avesse tirato via il respiro dalle fiamme. Il vicolo si fece più freddo di colpo. Il mantello con la lama inspirò e sputò una bestemmia: il vapore gli uscì dalla bocca, denso come fumo.
Arden sentì la polvere amara in gola perdere presa per un battito, come se il freddo avesse reso più pesante l’aria. Non era una guarigione. Era uno scambio.
La Veyr tremò. Sul suo avambraccio comparve una macchia scura, sotto la pelle, come livido che nasceva in un istante. I suoi denti batterono una volta, forte.
Il mantello senza lama guardò la donna con un lampo di riconoscimento — non di lei, ma di ciò che stava facendo. «Scambio», disse, e nella voce c’era rabbia e paura insieme. «Strega.»
La Veyr non rispose. Fece un passo, e il ghiaccio — non vero ghiaccio, ma un freddo così denso da sembrare materiale — si infilò nelle dita dell’uomo con la lama. La presa gli cedette. La lama cadde di nuovo.
Haldric scese gli ultimi gradini e colpì il mantello con il volto sanguinante con una spalla che era come una trave. L’uomo volò contro il muro e rimase giù.
Arden, approfittando del gelo che indeboliva l’altro, spinse via il mantello senza lama e lo colpì alla gola con l’avambraccio. Non abbastanza da ucciderlo — non voleva un cadavere in un vicolo con testimoni — ma abbastanza da togliere aria e volontà.
Il mantello cadde in ginocchio, tossendo.
Per un istante ci fu solo il suono del respiro, e quello della Veyr che cercava di non crollare.
Arden si voltò verso di lei. «Perché?» chiese. Non era gratitudine. Era sospetto.
La Veyr abbassò la mano lentamente. La macchia sul braccio era già più scura, come inchiostro versato. «Perché ho sentito il nome Varech», disse. «E perché non mi piace chi lo pronuncia come una proprietà.»
Tovek scese di un paio di gradini, abbastanza da vedere la donna. «Io non ho—»
«Stai zitto», disse Arden, e questa volta lo disse anche per sé: perché la gola gli bruciava ancora e non voleva tossire davanti a estranei.
Haldric guardò la Veyr come si guarda un crollo in una galleria: con timore e con desiderio. «Sei un’operatrice», disse. «Di quale ordine?»
La Veyr rise senza allegria. «Di nessuno.» Guardò Arden, poi la borsa sotto la sua tunica, come se la sentisse più che vederla. «Se state andando a nord, non andate più soli. Ora lo sanno.»
«Chi lo sa?» chiese Tovek, ma la risposta era già intorno a loro: un grido lontano, poi un altro, e il suono di passi che correvano verso il vicolo.
Arden afferrò il braccio di Tovek e lo tirò. «Muoviti.» Poi indicò Haldric. «Tu davanti. Sfonda se serve.»
Haldric non protestò. Si mise in testa come un ariete, e Arden capì che quella era forse l’unica cosa buona dell’avere un Khar accanto: non la forza, ma la certezza con cui la usava.
La Veyr li seguì, stringendo il sacchetto di erbe come se fosse una reliquia inutile.
Attraversarono un cortile, passarono sotto una tettoia, uscirono su una via laterale dove una donna stava stendendo panni anche di notte, perché la povertà non aspetta l’alba. Haldric la scansò senza farle male, ma senza chiedere scusa. Arden si voltò una volta: vide ombre entrare nel vicolo, e vide uno dei mantelli rialzarsi, barcollante, e puntare un dito verso di loro.
Non li inseguirono subito. Non ne avevano bisogno. La città stessa avrebbe rallentato chi correva troppo.
Arden guidò verso le mura basse di Castre, verso un tratto dove le pietre erano più vecchie e più lisce, come consumate da mani che non erano umane. C’era un varco tra due case addossate, un passaggio che portava fuori senza passare dal portone.
«Qui», disse.
Si infilarono nel passaggio uno alla volta. Arden sentì il proprio sangue caldo colare sul fianco, appiccicoso. Non era una ferita grave, ma era una ferita, e le ferite erano conti aperti.
Quando uscirono dall’altra parte, l’aria cambiò. Non era più aria di città: era aria di campi, di terra, di vento.
E lì, nel buio, videro il nord.
Sopra la linea delle colline, lontano abbastanza da essere quasi un’idea, c’era una luce bianca. Non un fuoco. Non un lampo. Una colonna sottile, stabile, come se qualcuno avesse aperto una fessura nel cielo.
Tovek si fermò, con un suono strozzato. «Non c’era», disse. «Quando sono venuto via non c’era.»
Haldric fece un passo avanti, gli occhi avidi. «Sta chiamando», mormorò.
La Veyr si strinse nelle spalle, e Arden notò che non era solo freddo: era come se il suo corpo stesse pagando ancora il prezzo di quello che aveva fatto. «Quella non è luce di torce», disse.
Arden sentì, sotto la tunica, l’assenza diventare diversa. Per la prima volta da mesi, l’oggetto nella borsa gli parve… vicino. Come se rispondesse a quella luce, o come se la riconoscesse.
Alle loro spalle, dalla città, arrivò il suono metallico di un portone che si apriva. E poi un altro suono: zoccoli. Non molti, ma abbastanza.
Tovek guardò Arden. Nella faccia comune, in quel momento, c’era solo una verità nuda. «Drennak non manda più domande», disse.
Arden guardò il nord, la luce, e poi guardò il buio dei campi davanti a loro. Sapeva cosa significava essere inseguiti: significava non dormire, significava scegliere dove sanguinare, significava perdere cose lungo la strada.
Guardò la Veyr. «Come ti chiami?»
Lei esitò, come se il nome fosse un altro scambio. «Sira.»
Arden annuì una volta. «Sira. Haldric. Tovek.» Disse i nomi come si elencano strumenti prima di entrare in una galleria: non per affetto, ma per sapere cosa hai in mano.
Poi si voltò verso la strada invisibile che portava a Varech. «Andiamo.»
E mentre si muovevano, la luce a nord sembrò farsi appena più intensa, come se avesse sentito la decisione. In lontananza, sotto i loro piedi, la terra diede un brontolio basso, così profondo che Arden lo sentì più nello stomaco che nelle orecchie.
Sira barcollò per un istante e portò una mano al collo, come se qualcosa la stringesse dall’interno. «Non è… solo una Porta», sussurrò, e la voce le tremò non di paura, ma di riconoscimento.
Arden non chiese come potesse saperlo. Non c’era tempo.
Dietro, gli zoccoli si fecero più vicini. Davanti, la luce continuava a brillare come un taglio nel mondo.
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