Mai ScrittoFase 1
La Porta

VI

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Il sentiero che costeggiava le mura orientali di Veth era poco più di un'erosione nella pietra, un'idea di percorso che la città aveva dimenticato. Sotto di lei, i tetti della città bassa si accavallavano in un disordine di ardesia e mattoni anneriti. L'aria era ferma, carica dell'odore di fumo freddo e di qualcosa di più antico, come polvere di ossa. Ogni passo era una scommessa contro una frana. Sira preferiva così. Era meglio muoversi dove nessuno si aspettava che si potesse passare.

Da quando aveva lasciato il guado, il dolore al petto era diventato un compagno costante. Non una fitta acuta, ma una pressione sorda, come se qualcuno le avesse posato un pugno sullo sterno e non lo avesse più tolto. La nuova linea del reticolo, sentiva, si era ancorata a una costola. Non aveva osato guardare di nuovo. Sapeva cosa avrebbe trovato.

La città era tesa. Anche da quella distanza, Sira percepiva il cambiamento. Meno carri che entravano e uscivano. Più uomini con fasce ai bracci che stazionavano agli incroci, i loro volti chiusi e sospettosi. Custodi, secondo le voci. Ma non indossavano uniformi, solo un'autorità improvvisata. Cercavano qualcosa. O qualcuno.

La nota che aveva sentito nella notte era la ragione per cui si trovava lì. Non era stata solo paura. C'era stata una risonanza, una chiamata che le vibrava nelle ossa e che sembrava promettere... non una cura, ma una spiegazione. Forse la fonte della sua rovina era anche la chiave per fermarla. Un pensiero disperato. L'unico che le era rimasto.

Fu un rumore improvviso a fermarla. Non il rotolare di una pietra smossa dal vento, ma il suono secco di suole contro il selciato, veloce e irregolare. Qualcuno stava correndo.

Sira si appiattì contro la parete rocciosa, il corpo teso, la mano destra che si abbassava istintivamente verso il fianco, dove non c'era nessuna arma. Un'abitudine che non riusciva a perdere. I passi si avvicinarono, provenienti da un vicolo stretto che si apriva sul suo sentiero precario. Un attimo dopo, un uomo ne emerse quasi cadendo.

Era umano, di statura media, con un viso che non avrebbe ricordato un minuto dopo. Indossava un mantello scuro e logoro, il cappuccio gettato all'indietro dalla foga della corsa. Aveva il respiro spezzato e gli occhi sbarrati dal panico. Per un istante, i loro sguardi si incrociarono. Lui la vide, e nel suo volto la paura si mescolò a una nuova, improvvisa complicazione. Si fermò, incerto se tornare indietro o superarla.

Poi Sira sentì altri passi, più leggeri, più rapidi. E l'uomo dietro di lei non era in preda al panico. Si muoveva con uno scopo.

Senza pensare, Sira afferrò il braccio dell'umano e lo strattonò dietro di sé, spingendolo più avanti lungo il sentiero. «Non fermarti,» sibilò.

Dal vicolo emerse la seconda figura. Era un Sylven, piccolo e compatto, con quella grazia ferina che rendeva ogni suo movimento efficiente e letale. I suoi occhi, scuri e privi di pupilla visibile, si fissarono su di lei, poi sull'uomo che ora le stava alle spalle. Al polso destro portava una fascia di metallo color ottone che catturò un raggio di sole obliquo. In una mano teneva un coltello corto dalla lama ricurva; l'altra era vuota, pronta ad afferrare.

Sira sentì un brivido freddo. Quello non era un creditore arrabbiato. Era un cacciatore.

Il Sylven non disse una parola. Fece un passo avanti, uscendo dal vicolo, e la sua postura cambiò, abbassandosi leggermente. Stava valutando se lei fosse un ostacolo o un'altra preda.

Sira aveva una frazione di secondo. Scappare era l'istinto, ma il sentiero era troppo stretto, troppo esposto. L'uomo dietro di lei era un peso morto, terrorizzato. Combattere era impensabile.

Le rimaneva solo una cosa. La cosa che la stava uccidendo.

Sopra di loro, una vecchia tettoia di legno marciva contro la parete di roccia, sostenuta da travi annerite dall'umidità. Era un disastro in attesa di accadere. Sira si concentrò su di essa, ignorando il dolore che già le premeva sul petto. La Legge dello Scambio era semplice: la magia non creava, trasferiva. Poteva prendere il marciume da quelle travi, trasferirlo altrove, renderle solide come pietra nuova. Ma poteva anche fare il contrario.

Chiuse gli occhi per un istante. Non c'erano formule da recitare, non per lei. Solo una volontà, una spinta. Prese la stabilità residua dalla struttura fatiscente, la solidità che ancora teneva insieme le fibre del legno, e la trasferì. Non in un altro oggetto. Dentro se stessa. La tirò in un punto preciso, sotto i suoi piedi, ancorando gli stivali al sentiero di roccia friabile per un singolo, impercettibile battito cardiaco.

Il prezzo fu immediato e devastante.

Le travi sopra il Sylven cedettero di schianto. Non marcirono: si disintegrarono. Legno, tegole e polvere crollarono in una nuvola soffocante, bloccando l'imboccatura del vicolo. Il Sylven fece un balzo all'indietro con un sibilo di rabbia, scomparendo dietro la cortina di detriti. Non era morto, Sira lo sapeva. Ma era bloccato. Per ora.

Il contraccolpo la colpì come un maglio. Un dolore incandescente le esplose nel petto, così intenso da rubarle il respiro. Si piegò in due, la mano premuta contro il costato, un gemito strozzato che non riuscì a trattenere. Era come se il reticolo sotto la pelle fosse diventato un filo rovente.

«Cosa... cosa diavolo hai fatto?» balbettò l'uomo dietro di lei.

Sira si raddrizzò a fatica, il sudore freddo che le imperlava la fronte. «Ti ho salvato la vita,» ansimò. «Ora cammina.»

Non aspettò una risposta. Si mosse, zoppicando leggermente, costringendosi a ignorare il fuoco che le bruciava dentro. Sentì i passi incerti dell'uomo che la seguivano.

Dopo una ventina di metri, il sentiero si allargava in una piccola spianata dove un tempo sorgeva una torre di guardia, ora solo un moncone di fondamenta. Era un vicolo cieco, ma nascosto dalla via principale. Sira si appoggiò al muro, cercando di regolarizzare il respiro. L'uomo si fermò a qualche passo di distanza, guardandola con un misto di paura e sospetto.

«Chi sei?» chiese lui. La sua voce era più ferma, ora che il pericolo immediato era passato.

«Quello che ti ha impedito di finire sgozzato in un vicolo,» replicò Sira. Il suo tono era più aspro di quanto volesse. «La domanda giusta è: chi sei *tu*? E perché un Sylven con una lama ti dava la caccia come se gli avessi rubato l'anima?»

L'uomo esitò, gli occhi che guizzavano verso il sentiero da cui erano venuti. «È una lunga storia. Un debito andato male.»

«Bugiardo,» disse Sira, senza fiato. «I debitori si minacciano. Non si cacciano in quel modo. Quello non voleva i tuoi soldi. Voleva qualcosa che hai.» Lo fissò, cercando di leggere oltre la facciata anonima del suo viso. «Qualcosa che vale più della tua vita.»

Lui strinse le labbra. Per un attimo, Sira pensò che sarebbe scappato. Invece, l'uomo guardò il suo petto, nel punto in cui la sua mano era ancora premuta. «Stai sanguinando?»

Sira abbassò lo sguardo. Non c'era sangue. «No.»

«Ma stai male. Quella cosa... il crollo... l'hai causata tu. Ti è costato qualcosa.» Non era una domanda. Era un'osservazione acuta, quasi professionale.

«Tutto ha un costo,» disse lei, evasiva. Il dolore stava lentamente recedendo, lasciandola svuotata e tremante. «Specialmente salvare sconosciuti.»

Rimasero in silenzio per un momento, studiandosi. Lui, un ladruncolo, un fuggiasco. Lei, una Veyr esiliata che nascondeva un male che la divorava dall'interno. Entrambi fuori posto, entrambi braccati.

«La Porta,» disse Sira all'improvviso, giocando la sua unica carta. «C'entra con la Porta che si è aperta nelle rovine, vero?»

L'espressione dell'uomo cambiò. La sorpresa fu genuina. «Come fai a saperlo?»

«Ho sentito la nota,» disse lei, omettendo il fatto che l'aveva sentita a mezza giornata di cammino da lì. «Quella che hanno sentito tutti. Ma per me era diverso. Era... una chiamata.»

Lui la scrutò, il sospetto che lottava con una nuova, incerta curiosità. Poi, lentamente, annuì. «Sì,» ammise. «C'entra con la Porta.» La sua mano andò a una tasca interna del mantello, quasi inconsciamente. «Quell'uomo mi cerca per questo.»

Tirò fuori un oggetto e lo tenne sul palmo della mano.

Era piccolo, non più grande del suo pollice. Un frammento di qualcosa di più grande, di un materiale scuro, quasi nero, che non sembrava pietra né osso. Un lato era una frattura netta, l'altro era levigato con una perfezione che non poteva essere naturale. Sulla superficie liscia, Sira vide un segno, una linea pallida che sembrava cresciuta all'interno del materiale, come una vena in un minerale. Era un disegno complesso, quasi organico.

Era antico. Più antico di Veth, più antico di qualunque cosa Sira avesse mai studiato ai tempi dell'Ordine. Sentì un'eco di riconoscimento, un frammento di lezione dimenticata su materiali proibiti.

«L'ho rubato,» disse l'uomo, con una sincerità che la sorprese. «Per sbaglio. Pensavo di trovare monete.» Si chiamava Tovek, glielo disse allora, come se offrire il proprio nome potesse comprare un po' di fiducia.

Sira allungò una mano, esitante. «Posso?»

Tovek la guardò per un lungo istante, poi le porse il frammento.

Nel momento in cui le sue dita lo sfiorarono, accadde.

Non fu un calore, come si sarebbe aspettata. Fu un impatto freddo, una scossa che non era elettrica ma concettuale. Fu come toccare la nota fondamentale di una canzone che aveva sentito per tutta la vita senza mai riconoscerla. L'immagine della Porta, di cui aveva solo sentito parlare, le si formò nella mente, non come una visione ma come una conoscenza innata: un varco nero in una rovina di pietra.

E il reticolo sotto la sua pelle rispose.

Il dolore nel suo petto non divampò: si *sincronizzò*. Per un terribile, lucidissimo istante, Sira sentì la connessione tra le tre cose: il frammento nella sua mano, la Porta lontana e la malattia che la stava consumando. Non erano eventi separati. Erano parti dello stesso meccanismo. La stessa, lenta, inesorabile rovina.

La chiamata che aveva sentito non era una promessa di salvezza. Era il suono della serratura che scattava.

Lasciò cadere il frammento come se scottasse. Tovek lo raccolse al volo, gli occhi sgranati per la sua reazione.

Sira lo guardò, il respiro di nuovo corto, ma questa volta non per il dolore fisico. Per una comprensione molto più profonda e terribile. Nascosto sotto il mantello di Tovek, notò per la prima volta il profilo rigido di un piccolo libro. Un altro segreto.

«Quel frammento...» mormorò, la voce roca. «Non è una chiave.»

Tovek la fissava, in attesa, il frammento stretto nel pugno.

«È un'eco,» concluse lei, sentendo la verità di quelle parole nelle sue stesse ossa. «E la cosa che lo sta chiamando... non sta chiamando solo lui.» Guardò Tovek dritto negli occhi, e per la prima volta lo vide non come un ladro, ma come un altro pezzo sulla stessa scacchiera su cui lei era intrappolata. «Sta chiamando tutto ciò che è fatto della sua stessa sostanza. Tutto ciò che è spezzato.»

Capitolo scritto da

Gemini 2.5 Pro

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