Mai ScrittoFase 1
La Porta

V

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La città alta stava diventando pericolosa.

Tovek lo capì quando vide il terzo pattugliamento dei Custodi in meno di un'ora: quattro uomini con torce, che non seguivano il percorso solito ma si muovevano a ventaglio, controllando ogni vicolo laterale che portava verso le rovine. Non cercavano gente in fuga. Cercavano gente che si avvicinava.

Rimase nell'ombra di un portone scrostato e aspettò che passassero, il cappuccio basso sulla fronte. Nella tasca, il frammento pulsava caldo contro il fianco, un calore che non si spiegava con il corpo.

Da quando aveva lasciato le rovine quella mattina, non era riuscito a togliersi dalla testa il momento in cui l'oscurità dall'altro lato della Porta si era mossa. Non un animale, non un uomo. Qualcosa che aveva una direzione, che aveva scelto di avvicinarsi. E lui era rimasto lì fermo come uno stupido finché il senso comune non lo aveva trascinato via.

Ora doveva trovare Maret.

Il problema era che la sua casa si trovava a tre isolati dalle rovine, e i Custodi avevano trasformato la zona in una rete. Tovek conosceva la città alta abbastanza da sapere che c'era un percorso alternativo, attraverso un cortile interno e poi su per una scala esterna che collegava due edifici di diversa altezza. L'aveva usato tre anni prima, in circostanze che era meglio non ricordare. Funzionava ancora, probabilmente. Forse.

Aspettò che la pattuglia girasse l'angolo, poi si mosse.

Il cortile interno puzzava di foglie marce e acqua stagnante. Sopra di lui, due finestre illuminate proiettavano rettangoli di luce sul selciato; le voci all'interno erano basse, preoccupate. Le persone della città alta parlavano della Porta, probabilmente. Tutti a Veth parlavano della Porta. Tovek era l'unico, sospettava, a cui non bastasse parlarne.

La scala esterna era ancora lì: una struttura di legno appoggiata alla pietra, con due gradini marci che bisognava saltare. Salì veloce, il legno che gemeva sotto di lui, e raggiunse una terrazza stretta da cui poteva vedere tre strade contemporaneamente. I Custodi erano visibili da lì come torce in movimento. Lontani abbastanza.

Scese dall'altro lato e si trovò nel vicolo che cercava.

La casa di Maret non aveva insegne. Non ne aveva mai avute. La porta era di legno scuro, con due incisioni sottili ai lati del battente che somigliavano a rami, ma Tovek non aveva mai capito se fossero decorazione o qualcosa di più. Bussò con il dorso della mano, tre colpi brevi, uno lungo.

Silenzio.

Bussò ancora.

Stavolta sentì un passo, lento e deliberato, che si avvicinava dall'interno.

Il battente si aprì di uno spiraglio. Un occhio lo guardò dall'ombra, chiaro come vetro antico, il bianco che aveva quella tonalità leggermente giallastra dei Veyr che avevano visto troppo passare. Poi la porta si aprì del tutto.

Maret era alta anche piegata su se stessa, e sembrava piegata da qualcosa che non era l'età ma una decisione presa secoli prima. Portava abiti grigi senza ornamenti e aveva i capelli, ancora scuri benché rigati di bianco, raccolti in un nodo stretto alla nuca. La sua pelle aveva il pallore tipico della sua gente, ma su di lei sembrava meno assenza di colore e più qualcosa di deliberato, come la superficie di un documento che non vuole sporcarsi.

«Tovek,» disse. Non era un saluto. Era un'identificazione.

«Maret. Devo parlarti.»

«Sei in ritardo di sei ore.»

Lui si irrigidì. «Non avevamo—»

«Sapevo che saresti venuto stamattina,» disse lei, e si girò verso l'interno. «Entra. E chiudi il battente con il chiavistello.»

La casa di Maret era quella che ti aspettavi, e questo era il problema: sembrava sempre che qualcuno avesse deciso in anticipo cosa dovesse essere una casa piena di libri e oggetti antichi, e poi l'avesse costruita per fartela trovare. Le candele erano in punti precisi. I volumi sugli scaffali erano disposti per altezza, non per argomento. Sul tavolo centrale c'era già una caraffa e due tazze.

Tovek si sedette senza aspettare l'invito. Aveva imparato che con Maret aspettare era una forma di ammissione.

Lei si sedette di fronte a lui e versò senza guardare le tazze. «Hai qualcosa con te.»

Non era una domanda. Tovek tirò fuori il frammento e lo posò sul tavolo tra loro.

Maret non lo toccò. Si limitò a guardarlo, le mani piegate in grembo, gli occhi che si muovevano lungo il profilo con una lentezza che non era esitazione ma metodo. Nel silenzio, Tovek sentì di nuovo il calore del frammento, attenuato ora che non lo teneva in mano, ma presente.

«Il segno è cambiato,» disse lei.

«Stamattina. Nel momento in cui la Porta si è aperta.»

Maret alzò gli occhi su di lui. «Eri lì.»

«Ero là dentro. Nelle rovine. L'ho vista aprirsi.»

Lei rimase in silenzio per un momento. Poi disse: «Raccontami cosa hai visto.»

Tovek le raccontò: la folla fuori dal cancello, il muro che aveva scavalcato, l'oscurità che non era buio normale ma qualcosa di più compatto, con odore di freddo e terra che non era mai stata terra. E il movimento, alla fine. Quella cosa che si era avvicinata dall'altro lato.

Mentre parlava, notò che Maret non prendeva appunti, non annuiva, non mostrava sorpresa. Stava ascoltando con la stessa attenzione con cui si ascolta qualcosa che si sospetta già.

Quando finì, lei indicò il frammento con un dito sottile. «Toccalo.»

«L'ho già—»

«Toccalo adesso.»

Tovek lo prese in mano. Il calore salì immediatamente, più intenso di quello mattutino, e per un secondo ebbe la sensazione che il segno sul lato levigato non fosse fermo, che ci fosse qualcosa sotto quella superficie che cercava di spingersi fuori. Poi passò, e rimase solo il caldo.

Maret lo osservava. «Hai sentito.»

«Cosa è?»

Lei si alzò e andò verso uno degli scaffali. Ci volle del tempo prima che trovasse quello che cercava: un volume sottile, le copertine di cuoio quasi nero, tenuto chiuso da un laccio di cuoio. Lo posò sul tavolo ma non lo aprì.

«Il materiale,» disse, «non ha un nome nelle lingue che usiamo adesso. I testi più antichi lo chiamano con un termine che nella traduzione più onesta significa qualcosa come *pietra che ascolta*. Non è metafora.»

Tovek guardò il frammento. «Ascolta cosa.»

«Frequenze. Pressioni. Cambiamenti nello stato di ciò che sta vicino a essa.» Maret si risedette. «È il materiale con cui sono costruite certe soglie. Certe porte. Il frammento che hai è un pezzo di una di esse.»

«Di questa Porta.»

«Non necessariamente,» disse lei, e la scelta di quella parola sembrava accurata come una lama. «Esistono più soglie. Questa Porta è la più nota, perché è qui, perché è visibile. Ma non è l'unica. E il fatto che il frammento risponda non significa che appartenga a questa specifica struttura. Significa che è dello stesso tipo. Fatto con lo stesso materiale. Dallo stesso popolo.»

Tovek si costrinse a pensare. «Drest. L'uomo a cui l'ho rubato. Come lo aveva ottenuto?»

«Non lo so.»

«Non lo sai o non vuoi dirmelo?»

Maret gli posò uno sguardo addosso che aveva il peso di qualcosa di molto vecchio. «Non lo so. Quello che posso dirti è che il frammento circolava tra certi ambienti della città bassa da almeno due anni. Prima di Drest, è passato per tre mani diverse. Ognuna delle quali non sapeva cosa aveva.»

«Tu sì.»

«Io sospettavo. Adesso sono certa.» Aprì infine il volume. Le pagine erano dense di scrittura minuta, con schizzi ai margini che sembravano mappe di strutture. «C'è qualcosa che devi capire, Tovek. Quando la Porta si apre, non è un evento isolato. È una risposta. Qualcosa ha provocato l'apertura, e l'apertura ha a sua volta modificato tutto ciò che è costruito con lo stesso materiale.»

«Come il frammento.»

«Come il frammento. E come,» aggiunse lei, con una pausa deliberata, «qualunque altra soglia esista in questo continente.»

Tovek lasciò che la parola *qualunque* si depositasse. Pensò alla persona morta che gli aveva parlato della Porta, anni prima. Aveva detto che era stata costruita intorno ad essa, che era lì da prima del Palazzo. Aveva detto altro, cose che Tovek aveva tenuto per sé perché non capiva a chi importassero.

Adesso cominciava a capire.

«La persona che mi aveva parlato della Porta,» disse piano. «Mi aveva detto anche che il materiale della Porta non invecchia. Che non si corrode, non si scheggia, non si incrina. Che l'unico modo per rompere un frammento è—»

Si interruppe perché vide qualcosa cambiare nel volto di Maret. Non paura: riconoscimento.

«Chi te lo ha detto?» chiese lei.

«Una persona morta.»

«Il nome.»

Tovek scosse la testa. «Non è rilevante.»

«Il nome,» ripeté Maret, e stavolta non era una richiesta.

«Selhen,» disse Tovek, e il nome uscì come qualcosa che aveva tenuto in bocca troppo a lungo. «Si chiamava Selhen. Era una donna, Khar, vecchia come le pietre. Non so chi fosse prima di quando l'ho conosciuta. Mi ha detto quelle cose su una Porta in rovina e io le ho ascoltate perché non avevo niente di meglio da fare quella notte.»

Maret rimase ferma per qualche secondo. Poi abbassò gli occhi sul volume aperto e girò alcune pagine con gesti precisi.

«Selhen è morta tre anni fa,» disse. «Di ferite. Qualcuno la cercava.»

Tovek non rispose.

«Sapeva cose,» continuò Maret, «che non avrebbe dovuto sapere. Non perché le avesse rubate, ma perché era abbastanza vecchia da averle vissute. Certe conoscenze diventano pericolose non per il loro contenuto, ma per il fatto che esistono in una persona viva.»

«Cosa sapeva?»

Maret chiuse il volume. «Sapeva che le soglie non sono solo passaggi. Che ciò che c'è dall'altro lato non è uno spazio neutro. E che il materiale con cui sono costruite non è inerte.» Si alzò di nuovo, questa volta verso la finestra, e guardò fuori verso la direzione in cui, da quella posizione, non si vedevano le rovine ma si poteva immaginarne la sagoma. «Sapeva anche come si apre una soglia senza avvicinarsi ad essa.»

Tovek sentì il calore del frammento salire di un grado.

«Con questo,» disse.

«Con un frammento della giusta dimensione, nel posto giusto, con il segno orientato nel modo corretto.» Maret si girò verso di lui. «Non è magia nel senso che la intendete voi. Non è Scambio. È più come… una chiave che risponde alla serratura perché è fatta dello stesso materiale.»

«E Selhen mi ha dato questa chiave.»

«Selhen ti ha dato un frammento che qualcuno, prima o poi, avrebbe usato. O che tu avresti usato, se avessi saputo come.» Gli occhi di Maret erano piatti, privi di giudizio. «La domanda è: perché lo ha dato a te.»

Era la domanda che Tovek si stava ponendo da quando aveva aperto la borsa di Drest tre sere prima e aveva trovato il frammento invece delle monete che si aspettava. Era la domanda che stava sotto ogni altra domanda.

Perché a lui. Perché adesso.

«Non me lo ha dato,» disse lentamente. «Non direttamente. Ho trovato il frammento in una borsa che non era sua.»

«Già.» Maret tornò al tavolo. «Drest non sa cosa ha, o non lo sapeva fino a stamattina. Qualcuno glielo ha passato, e quella persona glielo ha passato perché aveva bisogno che sparisse. O che si spostasse.»

«O che finisse in mani che non sapevano cosa farsene.»

«Esatto.»

Tovek guardò il frammento sul tavolo. Era piccolo, non più grande del suo pollice, con quella frattura irregolare su un lato che sembrava un morso. Qualcuno aveva rotto qualcosa di più grande per ricavarne questo pezzo. Qualcuno sapeva cosa stava facendo.

E Selhen sapeva come si usava.

Selhen, che era morta di ferite. Selhen, che aveva qualcuno che la cercava.

«Maret,» disse, «c'è qualcuno a Veth che cerca questo frammento. Non Drest, non i Custodi. Qualcuno che sa cosa è.»

Lei non rispose subito, il che era già una risposta.

«Da quanto tempo sei in città?» chiese invece.

«Tre giorni.»

«Tre giorni è abbastanza.» Si avvicinò alla porta e aprì il chiavistello senza fare rumore. Guardò fuori per un secondo, poi richiuse. «Devi andare. Non per i Custodi.»

«Per chi, allora?»

«C'era un uomo fuori, un'ora fa, che guardava questa casa. Non è raro: la gente sa cosa vendo. Ma non era il tipo che compra conoscenza.» Maret tornò al tavolo e prese il volume sottile. Lo tenne tra le mani per un momento, poi lo spinse verso di lui. «Porta questo. Non aprirlo qui.»

Tovek lo guardò. «Non lo voglio.»

«Selhen ti ha scelto per ragioni che non conosco. Ma il frammento risponde a te, e tu sei l'unico in questa città che sa della Porta da prima che si aprisse.» La sua voce era ferma, senza urgenza. «Quello che c'è in quel libro ti dirà cosa Selhen non ti ha detto. E ti dirà perché qualcuno la stava cercando.»

Tovek prese il volume. Era leggero in modo ingannevole.

«Se lo apro,» disse, «divento un problema per qualcuno.»

«Sei già un problema,» disse Maret. «La differenza è che adesso non lo sai ancora del tutto.»

Fuori, lontano ma percepibile, un corno dei Custodi mandò due note brevi: il segnale che usavano quando trovavano qualcuno nelle rovine. Tovek rimise il frammento in tasca, infilò il volume sotto il mantello e si alzò.

«Quella persona fuori,» disse. «L'hai vista bene?»

«Abbastanza.» Maret aprì il battente sul vicolo e rimase da parte. «Era Sylven. Piccolo, con una fascia al polso destro color ottone. Non so il nome. Ma il tipo di uomo che guarda una casa senza entrare, Tovek, è il tipo di uomo che aspetta che tu esca.»

Tovek guardò il vicolo buio e sentì il frammento scaldarsi di nuovo nella tasca, come se stesse confermando qualcosa.

Uscì.

Capitolo scritto da

Claude Sonnet 4.6

anthropic/claude-sonnet-4.6

Lente

gothic