IV
Stesura abbandonata. Niente di quello che succede qui è accaduto nel romanzo che si legge adesso. Vai al romanzo
Sira non si avvicinò come una ladra. Fece un passo e poi un altro, lento, con le mani aperte a mostrare che non avrebbe afferrato nulla. I tremiti le scuotevano ancora le spalle, ma non erano più spasmi; sembravano colpi di martello lontani, un ritmo che stava perdendo forza.
Arden restò immobile contro la parete curva dell’osso. Il sangue al fianco gli si era appiccicato alla pelle e alla stoffa; ogni respiro tirava la ferita come una cucitura fatta male. Tenne la mano sul cuoio della borsa sotto la tunica, dita dure, pronte a chiudersi come una morsa.
«Un istante,» disse lui, quasi senza voce.
Sira annuì. Aveva le pupille dilatate, e in quel chiarore perlaceo dell’osso pareva più vecchia dei suoi anni. Portò due dita alla stoffa di Arden, proprio sopra la borsa, come si tocca una ferita altrui senza volerla aggravare.
Il contatto non fu caldo né freddo. Fu vuoto.
Il ronzio che riempiva la cavità — quella vibrazione nelle ossa fossilizzate, nei denti, nei pensieri — ebbe un singhiozzo. Come se qualcuno avesse messo una mano su una corda tesa e l’avesse zittita.
Sira inspirò bruscamente. Il respiro le uscì in un fiato sottile che non era più vapore. Per la prima volta da quando avevano lasciato Castre, la sua mascella smise di battere.
Arden sentì invece un gelo improvviso attraversargli il petto. Non dalle pietre attorno; da sotto la sua tunica. Come se qualcosa avesse aperto una bocca senza denti contro il suo cuore e avesse succhiato.
Si irrigidì, e la presa sul cuoio si fece più forte.
Sira chiuse gli occhi per un attimo, concentrata. Le sue dita non cercarono di infilarsi nella borsa; restarono ferme, in equilibrio. Il suo collo, segnato da quella linea scura che sembrava un’incisione, si tese.
«Non prendere da me,» mormorò Arden.
«Non… posso scegliere solo una direzione,» rispose lei, senza aprire gli occhi. «Lo Scambio è una porta. Se si apre, qualcosa passa.»
Haldric, seduto poco più in là, smise di accarezzare la parete come un devoto e si sporse in avanti. Anche Tovek sollevò la testa dalle mani, e nel buio i suoi occhi cercarono la borsa come se per la prima volta capisse che non era solo un peso sotto la tunica di un altro.
Sira inspirò di nuovo, più lentamente. Poi, con un gesto minimo, come chi sposta un filo d’erba, piegò lo Scambio.
Arden percepì il movimento non con gli occhi ma con la pelle: l’aria nella cavità cambiò densità. L’osso sotto le loro dita sembrò emettere un calore che prima non c’era, non come una fiamma ma come un animale addormentato che si rigira nel sonno.
Il calore andò a Sira. Si vide in un dettaglio crudele: le sue labbra, violacee, ripresero un colore pallido; le dita, che tremavano, si fermarono. Le spalle si abbassarono di un palmo, come se avesse deposto un peso.
Ma il prezzo non si dissolse. Arden lo sentì nella carne. Il gelo che gli aveva preso il petto scese al fianco, aggredì la ferita. Il sangue rallentò, denso. Una strana intorpidimento gli salì lungo il braccio.
«Basta,» ringhiò, e la sua mano afferrò il polso di Sira.
Lei aprì gli occhi. Per un istante c’era gratitudine, sì — ma anche qualcosa di più duro, l’avidità di chi ha visto una sponda in mezzo a una corrente che lo trascina.
Sira tolse le dita. Il vuoto rimase, come un’impronta nella luce.
Arden lasciò andare il suo polso, ma non abbassò la mano dalla borsa. «Te l’avevo detto. Un istante.»
Sira deglutì. «Mi ha… ancorata.» Disse quella parola come se non le appartenesse. «Non è un fuoco. È un pozzo. E io… io ho attinto al calore dell’osso per riempirmi. Il pozzo ha preso il resto.»
«Il resto?» chiese Tovek, la voce roca.
Sira guardò Arden, e il suo sguardo scivolò sul fianco macchiato. «Il debito cercava me. Ora ha trovato anche lui. Quella cosa… attira lo Scambio. Lo rende facile.»
Haldric si alzò con un movimento lento, quasi rispettoso, come se temesse di disturbare qualcosa. «Hai sentito? Ha detto ‘pozzo’. Non ‘pietra’. Non ‘reliquia’. Un pozzo.» La parola gli accese la faccia. «È coerente con certi frammenti… testi mutili… ‘vuoti’ nelle camere di Varech…»
«Taci,» disse Arden, ma non era solo rabbia. Era paura. La promessa fatta al morente gli stava addosso come un cappio. Aveva già concesso troppo.
Sira si strinse le braccia, non per freddo ma per contenere se stessa. «Non posso farlo di nuovo. Non qui. Questo luogo amplifica. Se apro lo Scambio ancora…» si interruppe, e guardò le pareti dell’osso. «Non so cosa potrei prendere. O svegliare.»
Come a rispondere, qualcosa scricchiolò sopra di loro.
Tovek trasalì. Arden alzò gli occhi, istinto di soldato: il suono non era il vento. Era la pietra-osso che cedeva sotto una tensione interna, una crepa sottile che correva lungo una curva dell’enorme costola, invisibile ma presente, come un capello nel ghiaccio.
Haldric fece un passo verso la parete, la mano tesa come per toccare la crepa.
Arden lo fermò con un gesto secco. «No. Non tocchi nulla.»
Il Khar si bloccò, ma i suoi occhi brillavano di frustrazione. «Hai sentito anche tu. Questo posto risponde.»
Arden non rispose. Si voltò verso l’apertura da cui erano entrati, una fessura tra due ossa che dava su un corridoio naturale. Il silenzio lì fuori non era più vuoto. C’era un’eco diversa.
Un rumore, remoto: metallo contro pietra. Poi un fischio breve, tagliente, e la risposta di un altro fischio più lontano.
Arden serrò la mascella. «Ci stanno cercando.»
Tovek si rimise in piedi con un’imprecazione strozzata. «Qui dentro? Haldric aveva detto—»
«I cavalli non possono seguirci,» disse Arden. «Gli uomini sì.»
Sira fece un passo verso l’imboccatura, e per un istante Arden la credette pronta a offrire ancora magia. Invece lei scosse la testa, pallida. «Non ho abbastanza calore per pagare un altro debito. E se lo prendo da qui…» guardò l’osso sopra le loro teste. «…questo posto lo sentirà.»
«Allora usiamo ciò che abbiamo,» disse Arden.
Fuori, nel labirinto della Spina, le torce non facevano luce come in un bosco. La fiamma si rifletteva sulle superfici lisce delle ossa fossilizzate e tornava indietro distorta, creando illusioni di passaggi dove c’erano pareti, e ombre profonde dove il suolo era piatto.
Veskan avanzava davanti, senza torcia. Ne odiava l’odore e la disciplina gli aveva insegnato che la luce è un bersaglio. Si guidava con il chiarore del cielo notturno che filtrava tra le arcate e con il debole lume minerale che sembrava nascere dalle ossa stesse. Aveva scelto quattro uomini leggeri e uno Sylven per aprire la ricerca; dietro, a distanza, gli altri due gruppi tenevano il contatto con fischi codificati e tocchi di metallo sul calcio delle balestre.
Non era una caccia improvvisata. Era un rastrellamento.
La pattuglia di Castre aveva trovato i due “mantelli puliti” ancora vivi nei vicoli, legati e sanguinanti. Uno aveva perso due denti e molta dignità; l’altro aveva parlato poco, ma abbastanza. Nomi. Debiti. E soprattutto: “non uccidetelo”.
Veskan non aveva bisogno di capire il perché. Drennak non pagava per i motivi; pagava per i risultati. E quando Drennak dava un ordine così preciso, c’era di mezzo qualcosa che non si poteva riparare con un cadavere.
Lo Sylven, una figura minuta con occhi che sembravano due tagli scuri, si fermò e abbassò la testa verso il suolo d’osso, annusando come un cane.
Veskan lo osservò senza commentare. Odiare la magia e rispettare chi sa fare il proprio lavoro erano due cose diverse.
Lo Sylven indicò un punto dove la polvere nera — la stessa che Veskan aveva visto sulle suole di chi veniva da Varech — era stata trascinata su una superficie chiara. Poi mosse la mano in avanti, due dita, segnale: passaggio recente. Più di uno.
Veskan fece un cenno ai suoi uomini: stretti, silenziosi. Una coppia davanti, una dietro, lui al centro. Se li trovavano, niente urla. Un corpo che cade non fa rumore se cade nel modo giusto.
Il fischio da destra arrivò, breve: il secondo gruppo aveva trovato un punto d’ingresso più grande, forse una camera. Veskan rispose con due tocchi metallici, segnale di proseguire ma senza entrare. Nessuno voleva che un uomo spaventato scappasse verso il lato sbagliato del labirinto.
Il terreno vibrava sotto i loro piedi. Non era forte, ma era costante, e faceva vibrare i denti come il ronzio di un arco teso.
Uno dei suoi uomini sputò. «Capo…»
Veskan gli lanciò uno sguardo. «Tieni la saliva. Tieni il fiato.»
L’uomo annuì, e riprese a camminare.
Veskan non disse ciò che pensava: che quella vibrazione aveva iniziato tre notti fa, insieme alla colonna di luce che bucava l’orizzonte verso nord. Che in città, perfino i cani si erano zittiti. Che Drennak aveva mandato ordini in tutte le direzioni, come se avesse sentito l’odore del ferro prima che si veda la lama.
Un altro fischio, questa volta vicino. Il gruppo di sinistra: contatto visivo con un’apertura stretta.
Veskan si abbassò, si avvicinò. L’apertura era una fessura tra due ossa, abbastanza larga per un uomo magro. Sul bordo, una macchia scura: sangue asciutto.
Non sorrise, ma il suo cuore batté più forte. Si voltò verso lo Sylven, che annusò e annuì.
«Sono qui,» sussurrò Veskan. «Non entrate tutti. Due con me. Gli altri coprono.»
Uno dei suoi uomini, un ragazzo con le mani troppo pulite per essere nato soldato, deglutì. Veskan lo ignorò e scelse gli altri: uno vecchio con cicatrici sul collo, uno con la balestra corta e la corda già tesa.
Entrarono.
Dentro, Arden aveva già deciso.
Non si potevano permettere di restare chiusi lì. Non si potevano permettere neppure di correre nel labirinto a caso. Arden aveva visto uomini morire in gallerie sotterranee per meno: panico, eco, un angolo sbagliato. La Spina era uguale, solo più grande e più antica.
«Tovek,» disse, e la sua voce era bassa ma non tremava. «Ti muovi dietro di me. Se ti dico di fermarti, ti fermi. Se ti dico di strisciare, strisci. Se ti dico di morderti la lingua per non fare rumore, lo fai.»
Tovek annuì troppo in fretta.
«Haldric. Prendi la tavoletta e quella punta di ferro. Se uno entra qui, non guardare dove vuoi colpire. Colpisci dove ti dico.»
Haldric stringeva già uno dei suoi strumenti, un punteruolo spesso. La sua ossessione lo rendeva stupido su molte cose; sul peso di un oggetto in mano, no.
«Sira.» Arden la guardò. «Cammini.»
Lei fece un respiro. «Posso.»
Non era vero, non del tutto. Ma Arden accettò la bugia. Le bugie utili erano sempre state una forma di tattica.
Si mosse verso l’apertura e si fermò di lato, contro la parete dell’osso, fuori dalla linea di vista. Indicò con due dita a Haldric di mettersi dall’altro lato. Tovek e Sira più indietro, in ginocchio, pronti a scattare.
Poi, silenzio.
Il primo uomo che entrò si muoveva bene. Arden lo vide prima che lui vedesse la camera: un’ombra che si infilava nella fessura, spalla stretta, balestra bassa.
Arden aspettò che fosse dentro abbastanza da non poter indietreggiare senza intralciare chi lo seguiva.
Quando l’uomo fece un passo, Arden gli mise un avambraccio al collo e lo tirò indietro, duro, contro l’osso. La balestra sbatté e il rumore fu soffocato dal corpo. Arden gli strappò l’arma e la gettò dietro di sé.
L’uomo cercò di urlare. Arden strinse. Il respiro dell’altro divenne un rantolo.
Non lo uccise subito. Non per misericordia. Per usarlo come tappo.
Il secondo uomo, entrando dietro, vide solo la schiena del compagno e l’oscurità. Aprì la bocca per parlare, ma Haldric gli piantò il punteruolo nella coscia con tutta la forza di un Khar. Non era un colpo elegante; era brutale e preciso nel suo effetto. L’uomo crollò con un gemito soffocato, la mano che andava istintivamente alla ferita.
Arden lo colpì alla nuca con il calcio della balestra. Questa volta il suono fu solo un colpo sordo, e il corpo si afflosciò.
Fu allora che il terzo — quello che Arden non aveva visto — fece la cosa giusta.
Non entrò.
Si fermò nella fessura e lanciò un fischio acuto, lungo, che risuonò nel corridoio e si moltiplicò tra le ossa come se tutto il cimitero stesse rispondendo.
Arden imprecò e lasciò andare il primo uomo, che cadde a terra tossendo e cercando aria. «Andiamo.»
Non c’era più tempo per nascondersi. Il fischio era un segnale, non una chiamata. Significava: li ho trovati. Arriva.
Sira si alzò barcollando. Arden la prese per il braccio, ma il contatto lo fece rabbrividire. La sua pelle era calda, ora; la sua, no.
«Non…» sussurrò lei, come se avesse percepito il suo gelo. «Non sto prendendo da te.»
«Non importa,» disse Arden. «Muoviti.»
Tovek afferrò la balestra che Arden aveva strappato, ma non aveva tempo di capire come usarla. La tenne come un bastone.
Haldric guardò i due uomini a terra con un’espressione tesa, non di rimorso; di rabbia. «Sono… dei mercenari?»
Arden lo spinse verso l’uscita opposta della camera, un passaggio più stretto che si apriva tra vertebre fossilizzate. «Sono uomini di qualcuno che paga.»
Mentre si infilavano nel corridoio, Arden sentì dietro di loro il primo uomo che riprendeva fiato e strisciava fuori, e poi voci soffocate, ordini secchi, il rumore di passi che si disponevano.
Non era una folla urlante. Era peggio: disciplina.
Il corridoio si piegava e si stringeva. Arden lo percorse contando i passi, memorizzando svolte e punti dove una spalla avrebbe potuto incastrarsi. Qui la sua vista Eshar era un’arma: vedeva ogni dislivello, ogni crepa. Sapeva dove mettere i piedi per non farli scivolare su una superficie liscia.
Dietro, Sira respirava a fatica ma non tremava più. Ogni tanto, però, Arden la sentiva sussultare come se un’onda fredda le lambisse la schiena. La Spina non aveva finito con lei.
Un altro fischio, più lontano, rispose al primo. Poi un terzo. Il labirinto stava diventando una rete.
Tovek guardò Arden con gli occhi spalancati. «Quanti sono?»
Arden non rispose subito. Avanzò fino a un’apertura tra due arcate, e si fermò. Da lì si vedeva una valle interna della Spina: un lungo avvallamento pieno di costole che spuntavano come alberi abbattuti.
E in quella valle, a distanza, c’erano luci.
Torcie. Non molte, ma distribuite con criterio. E tra una luce e l’altra, ombre ferme: uomini.
Un cordone.
Arden contò in un attimo: almeno tre gruppi, forse di più. Un rastrellamento a pettine, con retroguardia e comunicazione.
Haldric sussurrò, quasi con ammirazione involontaria: «Non sono guardie di città.»
Arden strinse la borsa sotto la tunica, come se potesse proteggere l’oggetto dal mondo. «No. Questi sono qui per prenderci.»
Sira fissava le torce con la fronte aggrottata. «E loro… non stanno solo cercando noi.» Inspirò, e la sua voce si fece un filo. «Stanno ascoltando. Lo sentono anche loro. La vibrazione.»
Tovek deglutì. «Se ci prendono, mi riportano da Drennak.»
Quel nome, pronunciato lì dentro, sembrò fare più rumore di un fischio.
Arden abbassò il capo. Il gelo al petto gli si era trasformato in un dolore sordo; la ferita al fianco pulsava, e il sangue, rallentato, gli appiccicava la pelle in modo innaturale. Era ferito e adesso, in qualche modo che non capiva, anche… impoverito. Come se gli avessero rubato un pezzo di calore che non avrebbe recuperato con un fuoco.
Non potevano tornare indietro. Davanti avevano un cordone. Sopra di loro, le ossa.
Arden guardò l’avvallamento e poi le arcate. Gli venne in mente una vecchia lezione delle gole sotterranee: quando ti chiudono in una galleria, non sfondi dove sono forti. Sfonda dove credono che non passeresti.
Indicò a sinistra, verso una zona dove le costole erano più fitte e il terreno sembrava spezzato in lastre inclinate. «Andiamo di là. Non in basso. In alto. Loro tengono il fondo perché è comodo. Noi useremo le ossa.»
Haldric lo fissò, esitante. «È instabile.»
«Sì,» disse Arden. «E loro hanno torce.»
Sira fece un passo e si fermò. «Arden.» Lo chiamò per nome per la prima volta senza rabbia. «Se mi chiedi di usare lo Scambio…»
«Non te lo chiedo,» rispose lui. E poi, più piano: «Se lo fai, lo decidi tu. Ma non qui. Non ancora.»
Sira annuì, e per un attimo il suo sguardo scivolò di nuovo sulla borsa sotto la sua tunica, come se vedesse una seconda via d’uscita che Arden non voleva nominare.
Si mossero lungo la cresta interna dell’osso, piegati, sfruttando le ombre. Arden guidava, scegliendo appigli e appoggi. Tovek seguiva, inciampando una volta; Arden lo afferrò per la nuca e lo rimise in piedi senza una parola.
Sotto di loro, un fischio diverso: due brevi, uno lungo. Arden non ne capiva il codice, ma capiva la logica: stavano stringendo.
Quando raggiunsero il tratto di lastre inclinate, Arden provò con lo stivale. La superficie cedette di un dito, emettendo un gemito minerale.
Haldric sussurrò: «Te l’avevo detto.»
Arden lo zittì con uno sguardo. Si voltò verso gli altri. «Uno alla volta. Leggeri. E se cade qualcuno…» Non finì la frase.
Sira passò per prima. Era alta, ma in quel momento sembrava più sottile, quasi fragile. Mise il piede, distribuì il peso, cercò appiglio tra due costole. Passò.
Tovek la seguì, tremando più di lei, e per un istante Arden credette che sarebbe scivolato giù, proprio nel cono di luce delle torce. Ma superò il tratto, ansimando come un uomo che ha attraversato una finestra troppo stretta.
Haldric venne dopo. La sua massa fece gemere le lastre, e un frammento scivolò giù, cadendo nell’avvallamento con un suono secco.
Sotto, una voce gridò un ordine. Le torce si spostarono, come occhi che si girano.
«Ora,» ringhiò Arden.
Attraversò di slancio, sentendo la lastra sotto il suo peso cedere più del dovuto. La vibrazione della terra gli ronzò nelle ossa, e per un attimo ebbe la sensazione assurda che l’intera Spina stesse respirando.
Quando si ritrovarono dall’altra parte, Arden non si concesse sollievo. Spinse tutti in un corridoio stretto tra due vertebre, buio come una gola sotterranea.
Dietro di loro, le torce si avvicinarono. Non correvano. Avanzavano con metodo.
E poi, da qualche punto del labirinto, arrivò un suono che non era umano: un colpo profondo, come se un enorme osso battesse contro un altro, lontano ma distinto. Uno, due.
Sira si fermò, il viso teso. «Avete sentito?»
Haldric aveva gli occhi spalancati, non di paura ma di una forma di terrore che somigliava all’euforia. «Questo… questo non è cedimento naturale. È risposta.»
Arden strinse i denti. Sentì la borsa contro il petto, il vuoto che pareva più presente ad ogni passo, come se avesse fame anche lui.
Un altro colpo profondo, più vicino, e un tremore scosse le pareti del corridoio. Dall’alto cadde polvere bianca.
Tovek, pallido, sussurrò: «Dov’è l’uscita?»
Arden guardò avanti: il corridoio si apriva in una camera più grande, e da lì filtrava una luce fredda, non di torcia. Un riflesso bianco che pulsava debolmente, come un’alba che non apparteneva al cielo.
La colonna a nord.
Non erano più solo inseguiti. Erano anche… chiamati.
Arden fece un passo verso quella luce, e sentì Sira alle sue spalle trattenere il fiato.
«Siamo più vicini a Varech,» disse Haldric, quasi in trance, come se lo sapesse dal modo in cui l’osso vibrava. «Questa camera… conduce verso il pianoro.»
Arden non ebbe tempo di rispondere. Dalla camera davanti, una voce maschile disse, chiara, controllata, come un ordine dato in una caserma:
«Fermi. Nessuno si muove. Ho una balestra puntata.»
Arden si bloccò, il corpo già pronto a scattare, e in quell’istante capì due cose: che il rastrellamento non aveva solo chiuso dietro di loro, ma aveva anche anticipato; e che qualcuno, nel labirinto, sapeva leggere le ossa quasi quanto lui sapeva leggere il buio.
Sira, dietro, sussurrò appena: «Arden… il pozzo… sta tirando.»
Come se la borsa sotto la tunica avesse riconosciuto la luce davanti e volesse rispondere.
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